Una squadra fatta in casa, nel vero senso della parola. Perché se esiste un club legato indissolubilmente alla propria terra, quello è l'Athletic Club, volgarmente detto Athletic Bilbao al di fuori dei confini spagnoli. Ben più del Barcellona, che cantera a parte comprano eccome all'estero. I Leones hanno fatto dell'autarchia il loro vero e proprio marchio di fabbrica da sempre. Fin dal 1898, anno della fondazione. E poco importa che la nascita del club sia dovuta alla forte presenza inglese nella Biscaglia (testimoniata dalla h in Athletic, che tradisce le origini britanniche): se non sei basco, non puoi giocare in biancorosso. Punto.

Era basco Telmo Zarra, che con 251 nella Liga ha dovuto attendere l'avvento di Messi e Cristiano Ronaldo prima di venire spodestato dal trono di miglior bomber in Spagna: con lui l'Athletic vinse un campionato (1942-43) e quattro Coppe di Spagna. Era basco - proprio di Bilbao - anche Rafael Moreno Aranzadi, meglio noto come "Pichichi": morì a 29 anni per un attacco di tifo, ma in una decade in rojiblanco fu capace di segnare 200 reti in 170 partite. In suo onore, il premio di capocannoniere della Liga è stato ribattezzato Trofeo "Pichichi". Era basco Iribar, leggendario portiere campione d'Europa con la Spagna nel '64, e sono basche le attuali stelle a disposizione del tecnico (basco anche lui, ovviamente) Gaizka Garitano: Iñaki Williams, Iker Muñian e Iñigo Martinez. Al San Mamés prima e al San Mamés Barria (stadio costruito nel 2013 a fianco alla vecchia "Catedral") si fa così da sempre.

Restii allo sponsor

Per 110 anni, fino al 2008, le maglie dell'Athletic Club sono state immacolate: nessuno sponsor. L'eccezione è nel 2004-05, quando in Coppa Uefa sulle divise compare la scritta Euskadi che sponsorizza il governo basco. Nel 2008 arriva la Petronor, azienda petrolifera locale; dal 2011 la squadra si lega alla Kutxabank, ovviamente di Bilbao. Non solo: tra il 2001 e il 2009 il materiale tecnico è prodotto dalla 100% Athletic, marchio creato dal club stesso, fin quando i ricchi contratti di Umbro, Nike e New Balance spingono la società ad aprirsi all'estero. Del resto, in tempo di calcio globalizzato, rimanere del tutto indipendenti è difficile.

I successi degli Anni 30 e 50 sono però rimasti più o meno isolati. L'eccezione è il biennio 1982-1984: mentre la Roma si laurea Campione d'Italia, l'Athletic fa lo stesso in Spagna; l'anno dopo si ripete, conquistando anche la Coppa del Re. In bacheca comunque ci sono 8 campionati e 23 coppe nazionali (solo il Barcellona ne ha di più: 30). L'ultima volta che la squadra ha alzato un trofeo risale al 2015: nella Supercoppa il Barcellona di Luis Enrique viene schiantato 4-0 al San Mamés, il ritorno al Camp Nou finisce 1-1. Sulla panchina dei baschi siede il futuro blaugrana Ernesto Valverde. Il protagonista assoluto di quel trionfo è Aritz Aduriz, che segna quattro gol in due partite. 

Aritz, la leggenda

Salutato in estate Markel Susaeta (507 presenze in dodici anni, attualmente svincolato), il senatore dei Leones è ora più che mai proprio lui: Aritz Aduriz, classe 1981, bomber tornato definitivamente a casa nel 2012 dopo le parentesi con Valencia, Valladolid e Mallorca (ma che oggi non ci sarà). Lo scorso maggio ha rinnovato fino al 2020, a dimostrazione del fatto che l'età è relativa: la sua esperienza fa dell'attaccante (171 reti con l'Athletic) un uomo-spogliatoio prezioso, la guida ideale per Muñiain, Berchiche e Yeray Alvarez. Per tornare in Europa. E magari vincere, dopo le finali perse contro Juve (1977) e Atletico Madrid (2012).