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Ciao Mario, direttore di intere generazioni

Serio e sorridente. Distante e complice. Brutale e dolce, ma soprattutto un grande giornalista

Mario Sconcerti

Mario Sconcerti (GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Piero Torri
18 Dicembre 2022 - 10:00

Un piccolo quadro. Sessanta per quaranta centimetri a occhio. Cornice scura che più semplice non si può. All’interno, protetto da un vetro, un foglio bianco con due righe scritte in nero. «Non fare il furbo, racconta» il testo. Magari a qualcuno potrà sembrare strano, ma quando ieri, mentre ero in diretta radiofonica nella trasmissione che da anni aveva impreziosito con il suo intervento quotidiano, insieme alle lacrime di stima, riconoscenza, affetto che naturalmente non sono stato in grado di trattenere, il primo ricordo che ho avuto di Mario Sconcerti è stato proprio quel quadretto. Lo aveva appeso alle spalle della sua scrivania di Direttore, il migliore che ho avuto e queste parole vi garantisco tutto sono meno che di circostanza, del «Corriere dello Sport», in anni in cui il giornalismo era una cosa diversa, non mi interessa dire migliore o peggiore comunque diversa, da quella che è oggi. 

Cinque parole, la storia di un immenso giornalista, di come voleva i suoi redattori, di come intendeva la professione, quella di essere testimoni, di raccontare, di cercare e trovare la verità, senza mai fare sconti a nessuno. Mi aveva conquistato sin dal suo primo giorno da Direttore del Corriere. A noi cronisti che seguivamo una squadra, ci aveva fatto capire che dovevamo essere tifosi che dovevano raccontare ai tifosi, senza nascondere nulla ma con l’amore che accompagna la passione per una squadra. Mi aveva aperto il cuore, come se mi avesse spogliato dal ruolo di giornalista in giacca e cravatta, riconsegnandomi il panino con i broccoletti che ci portavamo in Sud entrando in Curva quattro ore prima del fischio d’inizio della partita. In più, negli anni di lavoro che abbiamo condiviso, mi ha permesso di cancellare l’interrogativo che mi aveva accompagnato per molti anni, soprattutto quando ero arrivato al Corriere che era il mio sogno da ragazzo, «ma sarò all’altezza?». Mario mi fece capire di sì che potevo essere all’altezza, sia in quegli anni, sia soprattutto in quelli successivi quando ci si incrociava in qualche stadio per poi andare a concludere la nottata in un ristorante aperto fino all’alba davanti a buon bicchiere di vino.

È stato un Maestro per me e per intere generazioni di giovani giornalisti. Un fuoriclasse. Pretendeva il meglio, dovevi darlo perché è così che si lavora. Sapeva essere brutale e dolce, distante e complice, serio e sorridente. Ricordo con il piacere di una lezione di vita il suo cazziatone per il buco preso sull’arrivo di Bartelt alla Roma. Non l’ho mai dimenticato. E ricordo con altrettanto immenso piacere quando, di ritorno da una trasferta a Istanbul dove mi aveva mandato per seguire i primi giorni zemaniani al Fenerbahce, mi chiamò nella sua stanza. Entrai impaurito è dire poco. E invece si alzò dalla sua sedia, mi venne incontro con un sorriso che sciolse in un attimo le mie paure, mi abbracciò e mi disse che i servizi che avevo inviato dalla Turchia erano stati meravigliosi, i migliori che aveva letto in quei giorni. E ricordo infine anche qualche scontro sindacale, pure piuttosto acceso, ma poi finiva tutto lì, senza rancore e conseguenze. Per tutto questo, e molto di più, da ieri mi sento più povero.
Grazie di tutto, Direttore.

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