«'Sto sport è nato sulla tera!»: questa frase, pronunciata da Alberto Di Stasio (volto noto soprattutto per il suo ruolo in "Boris"), racconta alla perfezione la filosofia de La partita, film scritto e girato dal 35enne romano Francesco Carnesecchi e da pochi giorni sbarcato su Netflix. Una storia di calcio, sì, ma non solo: la pellicola è una dichiarazione d'amore al calcio più puro - quello giocato sui campetti di periferia da ragazzi che sognano di diventare i nuovi Totti e i nuovi Messi - ma è soprattutto uno sguardo a tratti crudo, a tratti commovente e a tratti divertente sulla vita, sulle scelte che facciamo quotidianamente, sui sogni di gloria (spesso non realizzati), sul rapporto tra padri e figli.

«A me me piace la tera, lo sporco, il polverone, tutti 'sti graffi che te s'appiccicano addosso!», prosegue Di Stasio nel suo monologo, in risposta al figlio che vorrebbe tramutare il campo in terra battuta in un futuristico impianto con erba sintetica. E in questo turbinio di polvere si muovono poveri diavoli sul lastrico e strozzini, aspiranti calciatori e i loro genitori che, sugli spalti, non esitano a scatenare risse degne di quelle che avvengono in campo. Il già citato Di Stasio è in stato di grazia, ma sono ottime anche le performance di Francesco Pannofino e Giorgio Colangeli. Del film, però, abbiamo parlato con il deus ex machina, Francesco Carnesecchi.

Come è nata l'idea del film?
«Sono sempre stato appassionato di calcio e ho giocato per una vita in quei campi. Mi piaceva l'idea di raccontare una storia avvincente che avvenisse durante una partita di calcio. La durata è molto simile a quella di un film e ho pensato che se avessi alzato la posta in gioco, legando il destino dei protagonisti all'esito della partita, sarei riuscito a creare un forte climax, perché le lancette dell'orologio avrebbero scandito il tempo restante non solo per i personaggi, ma anche per lo spettatore».

Dramma, denuncia sociale, anche un po' di commedia: c'è una commistione di generi, no?
«Esatto: è un mash-up di vari generi. La cosa più sbagliata che ho letto in questi giorni è che La partita è un film realistico sul calcio: mi fa sorridere questa cosa, perché secondo me non lo è affatto. Io racconto una realtà che conosco bene - che è quella del calcio giovanile di provincia - ma la canalizzo all'interno dei codici del cinema di genere di cui sono appassionato. Estremizzo, esagero. Non voglio dire che certe cose non succedano, ma il mio film è molto più vicino a un manga che alla realtà. Il messaggio è realistico, il resto no. Non sempre, per lo meno».

Segui il calcio professionistico? Tifi per qualche squadra?
«Sì lo seguo molto, sono tifoso del Milan e fantacalcista da una vita».

Il film è una sorta di dichiarazione d'amore verso il calcio di provincia. Eppure anche questo mondo apparentemente innocente viene contaminato dalla corruzione…
«L'amore che nutro per questo sport è infinito. Dalle partitelle con gli amici, alle tedesche al parco, ai torelli la notte in qualche parcheggio sperduto: il calcio è talmente radicato nella nostra cultura che fa parte di noi molto più di una semplice maglia o di una bandiera. La corruzione esiste, l'ho vista con i miei occhi. Ma La partita non parla di corruzione, parla di scelte, quelle che ci condizionano la vita per sempre».

Come sei diventato regista?
«Non ho mai avuto dubbi su quello che volevo fare da grande. Così quando ho finito scuola ho studiato regia e produzione allo IED e poi ho fatto un master a New York sempre in film-making. Ho vissuto in America per dieci anni dove assieme al mio socio Giovanni Pompetti - che è anche il montatore del film - abbiamo fondato la Wrong Way Pictures, la nostra casa di produzione».

Le scene "di campo" sono molto realistiche, non dev'essere stato facile girarle…
«Girare le azioni di gioco richiede molto tempo e tanta attenzione. Bisogna coordinare bene i vari reparti, perché basta il minimo errore e bisogna ripetere tutto da capo. Ci tenevo particolarmente, perché tutti i film sul calcio che avevo visto non mi avevano soddisfatto dal punto di vista del campo. Si vedeva che era finto; io volevo fluidità. Il trucco è stato prendere ragazzi che giocavano a calcio, senza di loro non sarebbe stato possibile».

Il film è anche un affresco crudo ma accorato di Roma, che tu critichi e abbracci allo stesso tempo.
«È la mia città e la porto dentro di me ovunque vado. Pregi, difetti e contraddizioni: ho un occhio critico, ma soprattutto tanto amore».

Progetti per il futuro?
«Scaramanticamente non dico nulla, ma non vi liberate di me».