È il momento delle parole dovute, ossequiose, gentili, furbe, ma penetranti così come erano le parole di Gianni, che ossequioso non era. Sempre al posto giusto. Le sue parole, come una freccia sull'arco pronta a centrare l'obiettivo.

Quando ci siamo conosciuti negli anni eroici di Repubblica eravamo praticamente coetanei, tutti e due con la barba per nascondere la nostra timidezza, o la nostra vulnerabilità. Tutti e due discretamente solitari, spesso in disparte, un poco di traverso. La sua poderosa e massiccia presenza spesso creava troppo spazio tra lui e l'interlocutore, ma i suoi modi gentili, anche nella gestualità, toglievano di molto lo spazio tra chi s'intratteneva a parlare con lui.

Ci siamo conosciuti guardandoci negli occhi, occhi che penetravano e che andavano oltre ciò che si poteva intuire. Lui era alla redazione di Milano, io in quella di Roma. Due mondi in qualche modo diversi, ma nel periodo che ci siamo frequentati per lavoro e non solo, quella distanza si era di molto ridotta.

Ha scritto lo sport, il ciclismo e il calcio, soprattutto. Io credo che gli argomenti fossero un pretesto per scrivere, per esprimersi, per pennellare le sue "chiacchiere" colte con argomenti molto più leggiadri della "pelota".

Un giornalismo di altri tempi, con altri valori, che non esiste più. Un giornalismo scritto ma che ti arrivava con le emozioni della radio. Questa non è retorica: è veramente così, come era Gianni. Ciao "orso" buono, dai modi garbati e gentili.