«I suoi sonetti non hanno mai dei precisi riferimenti temporali, vanno bene oggi, come andavano bene cento anni fa». A parlarmi di Gioachino Belli, grande poeta romano dell'Ottocento, è Valerio Billeri, cantautore del gruppo Le Ombrelettriche. Blues, folk, gospel, sono questi i generi musicali che portano sul palco. Valerio arriva in redazione con un vassoio di frappe in mano. E da quel gesto colgo subito la sua grande umanità. È romano e romanista, non poteva essere altrimenti. E mi racconta del suo nuovo progetto, un album nel quale ha deciso di mettere in musica i sonetti romaneschi di Gioachino Belli appunto. Ci parla anche della sua passione per la musica, della sua famiglia, dell'amore per Roma e per la Roma, tramandata da generazioni. Ne viene fuori l'immagine, veritiera, di un artista preparato, che ama il suo lavoro, di un uomo forte e dolce allo stesso tempo. Esce dalla porta della redazione e mi scrive «grazie, mi sono sentito a casa».

Valerio, da buon romano hai deciso di coinvolgere il grande Gioachino Belli nel tuo ultimo lavoro discografico.
«Esatto, ho deciso di adattare i sonetti del Belli in chiave blues e folk. L'idea è nata perché, dopo tanti dischi, un cantautore incappa nel famoso ‘blocco dello scrittore'. Avevo quindi bisogno di fare qualcosa di diverso, che richiamasse anche la mia città. Ho cercato tra la poesia, la letteratura romana del passato se ci fosse qualcosa che potesse rispondere a questa mia esigenza. E, tra tutti, l'unico che mi è sembrato adatto e ancora molto attuale è stato proprio Gioachino Belli, molto più di Trilussa. Tra l'altro i sonetti del Belli si avvicinano molto anche alle opere di De André. Si tratta di uno dei più grandi poeti italiani. E quindi ho pensato "perché non provare a fare i sonetti del Belli in chiave blues e folk?". Devo dire che molti si sono adattati in maniera stupefacente perché la loro metrica si posa molto bene su quella del folk e del blues. E poi, con la strumentazione scarna usata, chitarra, basso, batteria, organo, si enfatizza ancora di più l'oscurità del mondo da cui il poeta stesso viene. E poi sembra quasi che siano stati scritti ieri, le tematiche sono molto attuali. Il Belli è molto più incisivo, è perfetto per la Roma di oggi».

A proposito di Roma, che rapporto hai con la tua città?
«Sono romano da generazioni. Ho un rapporto molto forte con la città. Sono appassionato della sua storia, della sua archeologia. Vivevo sull'Appia Antica quando ero piccolo, lì l'archeologia ti casca addosso. Mi ricordo che mio nonno faceva l'orto e venivano fuori le monete. Adesso Roma è in una situazione di precarietà a dir poco. La cosa che mi preoccupa di più però non è il suo stato attuale, perché ha passato anche momenti peggiori, ma la cattiveria degli abitanti. C'è uno scrittore che parla di "stirpe estranea", sembra quasi che siano stati tolti da Roma i suoi abitanti e ne siano stati messi altri. Sono indifferenti i romani di oggi e questo mi fa male».

Quando hai capito che la musica sarebbe stata la tua strada?
«Ho iniziato a suonare perché sono stato folgorato da un'esibizione in tv di Bruce Springsteen. Il giorno dopo ho voluto la chitarra. Da lì è iniziato tutto, ho cominciato a suonare quel tipo di musica lì, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Neil Young. Poi mi sono avvicinato anche alla musica italiana. Sono cresciuto con De André, De Gregori, e recentemente ho riscoperto Battisti. Quando ero piccolo io era visto come l'artista di destra e quindi messo un po' all'angolo. In realtà non è vero. Adesso l'ho riscoperto, anzi forse è il mio preferito degli italiani».

Suoni folk e blues, due generi forse poco battuti in Italia, no?
«I media danno poco spazio a questo tipo di musica perché forse affronta tematiche più importanti. La gente è indirizzata in fatto di musica. Però devo ammettere che c'è anche un grande pubblico che ascolta musica indipendente. Anzi forse internet in questo sta aiutando molto, sta rendendo questo tipo di musica molto più fruibile. Ci sono tante iniziative, il pubblico c'è ma è più di nicchia e concentrato tra gli adulti. Poi adesso i costi della musica sono davvero esagerati. Per i più giovani è difficile avvicinarcisi, oltre al fatto che manca il lavoro. Quindi ovviamente chi vuole fare musica si concentra sull'elettronica, che è decisamente più economica, più fruibile».

Fai parte di un gruppo, le Ombrelettriche. Chi siete?
«Siamo nati quando ho deciso che non mi piaceva più il sound del mio vecchio gruppo. Cercavo qualcosa di diverso. Loro giravano intorno alla musica americana, accompagnavno gli artisti americani in Italia. Insieme a me ci sono Damiano Minucci, alla chitarra, Emanuele Carradori, alla batteria, Gianluca Figus, al basso, che è anche il produttore. Loro hanno un sound molto più diretto, e per il tipo di musica che faccio io mi serve un gruppo che non sia troppo legato allo spartito. Mi serve qualcuno che non abbia paura di improvvisare anche dal vivo. E poi mi conoscono benissimo, conoscono i miei amori, i miei interessi, i miei difetti, spesso mi riportano all'ordine. Siamo amici nella vita, e da buoni amici, spesso litighiamo».

Perché avete scelto questo nome?
«È un omaggio a uno dei miei quattro figli che ha una disabilità. È appassionato di Neil Young che è fissato con immagini di ruggine, tempeste, ombre. Tra l'altro mio figlio, nonostante la difficoltà motoria che ha, è molto portato per la musica. E poi con la lesione cerebrale che ha, riconosce subito la qualità. Gli piace proprio tanto, prova con tutte le difficoltà che ha a suonare la chitarra e il piano».

Uno dei vostri ultimi album è "Gospel". Si parla di migrazione, feste popolari, di passato che è anche presente.
«Ho cercato di miscelare i racconti degli anziani. Mi ricordo il mio bis nonno Andreino che mi raccontava di un lontano zio partito per trovare fortuna. Volevo unire l'attualità alle tematiche del passato, stessa cosa sto cercando di fare con il progetto sul Belli. Ad esempio "Gospel" è un brano che rimane in sospeso. Parla di un migrante che cerca di attraversare le acque anche in chiave religiosa, quasi come se questo viaggio fosse salvifico. Ho letto il libro "Sud e magia" di Ernesto De Martino per fare questo disco, anche perché ultimamente ho lavorato con i migranti africani e mi sono accorto che loro sono molto legati a questi argomenti. E poi, parliamoci chiaro, il passato con esiste, il tempo è una nostra invenzione, una convenzione dell'uomo».

Le parole dei tuoi testi sono sempre molto attente, ragionate. Dove e come trovi ispirazione?
«La mia più grande ispirazione sono i libri. E poi spesso si tratta di un qualcosa di inspeigabile. Ci sono giorni in cui non ti viene in mente nulla e giorni in cui hai il lampo di genio e scrivi qualcosa di talmente bello che ti viene il dubbio di essere stato davvero te a scriverlo. Sono fulmini che arrivano all'improvviso. È necessario fare tanta attenzione alle parole, cosa che oggi spesso non accade. Per me è importante lasciare qualcosa a chi ascolta le mie canzoni, dare un'impronta culturale, oltre che tirare fuori tutto quello che incamero nel corso del tempo, quello che ho dentro e che, essendo un cantautore, a parole non riesco tanto ad esprimere».

Abbiamo parlato di Gioachino Belli, di Roma… ora tocca alla Roma.
«La mia prima partita è stata Roma-Catanzaro del '78-'79, 1-3, tripletta di Palanca. Mi ricordo che la Roma aveva quelle bellissime maglie della Pouchain rosse, con calzoncini e calzini bianchi. Mentre il Catanzaro aveva la maglia blu. Sono molto legato alla Roma, vedo tutte le partite, soffro, mi trasformo, mi cacciano di casa. Siamo romanisti da generazioni. Mio nonno era socio vitalizio della Roma, è stato lui a portarmi allo stadio. Poi sono stato abbonato l'anno dello scudetto, l'anno dopo, '82-'83, ho visto la finale di Coppa Italia del '79-'80 con Tancredi che parava il calcio di rigore, ho visto Roma-Lecce. Roma-Liverpool fortunatamente non l'ho vista. Questi ultimi anni mi sono un po' allontanto dallo stadio perché i prezzi sono inaccettabili. La società dovrebbe venire più incontro alle famiglie, io ho quattro figli, è una bella spesa».

I tuoi figli sono romanisti?
«Tutti romanisti. Gigi, il ragazzo disabile, vede tutte le partite con me ma alla fine del primo tempo, come faceva Agnelli con la Juventus negli anni Ottanta, lo metto a letto per scaramanzia. Si arrabbia da morire. Ma spesso porto il tablet in camera sua e ce la vediamo insieme. Basta che sta a letto!».

Il calciatore della Roma del passato che ami di più.
«Assolutamente Roberto Pruzzo. Gli altri miei idoli erano Di Bartolomei, Tancredi e Falcao. Poi, mi ricordo che, quando frequentavo la scuola calcio negli anni Ottanta, venne Francesco Rocca e mi fece i complimenti per come giocavo. Fu emozionante. Ho ancora a casa la foto di quell'incontro».

Quindi sei stato un calciatore in erba anche te?
«Ero anche bravo, però non avevo la testa. Ho fatto anche la serie B di calcetto. Ero forte, ma non sopportavo niente in campo, collezionavo espulsioni. Non si poteva fare. La prendevo troppo sul serio. E poi non mi andava di allenarmi, quando si facevano i giri di campo mi nascondevo dietro la panchina».

Della Roma di oggi invece che ne pensi?
«Zaniolo è molto bravo, spero abbia testa. E poi Džeko e De Rossi, loro sono imprescindibili. Senza di loro la squadra non gira. De Rossi poi lo preferisco anche al Capitano, lo vedo più simile ai calciatori di una volta. Ma comunque l'addio del Capitano è stato un colpo al cuore. Ho visto un'era calcistica, una generazione finire lì, chiudersi. Mi sono sentito vecchio».

Hai mai pensato di mettere in musica la Roma?
«Ci ho pensato diverse volte ma non è semplice. C'è il rischio di cadere nella retorica. Vorrei scrivere non un inno ma una bella canzone, un testo che racconti il rapporto dei ragazzi di borgata con la Roma, qualcosa che magari coinvolga anche Pasolini. Insomma è difficile ma ce l'ho in testa questa cosa. La farò».