È il tassista più amato dagli italiani, o per lo meno così sostiene, ma sicuramente è il più conosciuto dai romani. Per alcuni è Mirko Matteucci, per altri è Missouri 4, un alias che è anche il nome del taxi con cui è diventato famoso nei programmi di Diego Bianchi, di cui "Propaganda Live" su La7 è solo l'ultimo della serie. È, tra l'altro, un vicino di casa de Il Romanista: vive a due isolati dalla redazione, vicino Piazza Ippolito Nievo, e frequenta uno dei bar che forniscono gli indispensabili caffè alla redazione. Proprio l'incontro fortuito in uno di questi bar lo ha poi portato a essere ospite in una puntata de Il Romanista TV, visibile in versione integrale sulle pagine Facebook e YouTube del giornale.

Mirko, hai l'ingrato compito di risollevare a tutti il morale dopo Atalanta-Roma 3-3.
«Ok... Comunque una Roma cinica. Per un tempo, dai. Poteva anna' peggio. Il lato positivo? Un punto è meglio di zero, poi rubato a Inter e Lazio... Ma sul 3-1 alla fine del primo tempo tutti sapevamo come sarebbe andata a finire, io mi sono detto "Speriamo che finisca tre pari". Non sono uno scommettitore ma ne ero certo, era da giocarsela. Ma è troppo facile essere della Roma quando le cose vanno bene».

Parliamo del passato: il tuo esordio in tv è legato a Daniele De Rossi.
«Eravamo sempre su La7, ma con "The show must go off". La mia prima collaborazione con Diego Bianchi. Era il 2012, quando De Rossi doveva rinnovare il contratto, e disse a Diego che sarebbe rimasto a Roma. Fu uno scoop. Il giorno dopo verso l'una di notte ero a Trastevere con la birra in mano, Diego mi chiamò e mi disse che le persone gli chiedevano di me più che di De Rossi o Mastandrea, entrambi presenti prima e dopo di me nel programma. Mi disse: "Ma secondo te è possibile che la gente a Lamezia terme invece di chiedermi di loro mi chiede di te? Tieni ti passo due fan».

Come è cambiata la tua vita con la televisione?
«Molto. Ho sempre avuto poco tempo libero. Ho due figli, sono un papà felicemente separato. Il fatto che tutti mi sorridono e mi salutano nel traffico mi rende l'uomo più felice del mondo. Io sono per i sorrisi, per vivere la vita così».

Per questo sei stato convocato qui al Romanista.
«Quando la Roma perde io dopo mezz'ora ho di nuovo il sorriso. Direte: "Non sei romanista". No, sono romanista così. Per me essere della Roma è una religione. Non ho religioni e se ce ne devo avere una è la Roma. E cresco i miei figli così, a suon di canzoni della Curva Sud. Quando stavano nel passeggino, pure se dormivano, continuavo a strillare le canzoni che mi faceva cantare il grande Alessandro Pochetti, che voglio salutare».

Quando hai iniziato ad andare allo stadio?
«Il primo a portarmi allo stadio è stato mio fratello, che ha 12 anni più di me e ha iniziato a portarmi allo stadio. Il primo abbonamento l'ho fatto con mio padre Augusto in Tribuna Tevere, avrò avuto 9 anni. Come De Rossi, ero spesso incantato dalla Curva Sud. Mio padre mi diceva: "E guarda la partita!". Ma io volevo cantare. Come ho potuto sono migrato in Curva. Ma della Tevere ricorderò sempre tante battute, alcune irripetibili, ad esempio quando giocava Maradona».

E ora?
«Ora vado meno allo stadio, ma quando capita vado nel Settore Famiglia. C'è un bel clima e non si fuma, quindi va bene per i bambini. Di solito però la vedo a casa o al Koala 2.0 di Monteverde Vecchio, una sala biliardo col maxi-schermo e tanti amici».

Chievo-Roma sarà di venerdì sera, mentre andate in onda. Cosa fate a Propaganda Live?
«Io arrivo sempre all'ultimo, quindi non lo so. Ma Diego sono sicuro che trova sempre un modo per vedersela, magari butta un occhio dal cellulare su Sky Go».

Chi è più forte a pallone tra te e Diego?
«Facciamo due ruoli differenti... Io sono difensore, lui centrocampista. Io ho giocato come stopper nell'Ottavilla, che poi è diventato Olimpia. Giocavamo nel campo che adesso è quello del Trastevere Calcio. Poi ho giocato al San Pancrazio, divisa giallorossa col lupo sul petto. Vincemmo il torneo di calcio a undici organizzato dalla Roma giocando la finale a Trigoria con Pruzzo e altri che ci guardavano. Alla fine Dino Viola ci diede la mano. Uno dei ricordi più belli che ho».

Hai un altro amore calcistico oltre alla Roma. Qual è il tuo rapporto con il Trastevere calcio e con il rione?
«Un rapporto bellissimo. Io sono cresciuto a Donna Olimpia, ma i miei sono di Trastevere, vicino Piazza in Piscinula. Quindi Trastevere ce l'ho nel sangue. È una zona di Roma che resiste, nonostante i turisti: vai al San Calisto e trovi lo zoccolo duro. "Trasteverini semo e nun tremamo...". Per quanto riguarda la squadra, i miei mi portavano a vedere le partite del Rapid Monteverde, sono ricordi indelebili. Appena ho saputo che il Trastevere gioca lì ci ho portato i miei figli. È un calcio verace, senti il rumore del pallone, le voci dei giocatori, la traversa quando viene colpita... Ora i miei figli vogliono andarci ogni domenica. Prima al Trastevere Stadium a Villa Pamphili c'erano anche i tamburi, che belli che erano, mi ricordavano il Commando Ultra'. Invece ora non possono più portarli se no li diffidano: persino in Serie D, che esagerazione».

Hai mai portato qualche giocatore romanista in taxi?
«Dopo 22 anni di taxi quando ti chiedono del cliente più strano, ce ne hai talmente tanti che non te ne viene in mente nemmeno uno. Una volta entra questo giocatore della Roma, ora non mi viene il nome... Giovane, straniero... Vabbe', questo entra e si fa portare all'Eur. Poi non aveva i soldi, quindi si ferma al bancomat per ritirare. Poi mi chiede di aiutarlo perché non riusciva. A me questo già me stava a annà sul... Poi arrivano due tifosi e gli mettono la sciarpa attorno e lo chiamano per nome, iniziano a festeggiarlo. Era Ivan Tomic. "Ma me lo potevi di' prima!"».

Qual è il segreto della tua barba?
«Dietro una grande barba c'è sempre una grande donna. Lo dico sempre. La mia compagna, con cui sto da quasi undici anni, un giorno mi dice che secondo lei sarei stato bene con la barba. E allora sai che c'è? Happy wife, happy life. Solo che io non ho mezze misure, quindi la barba è diventata quella che è. Solo che io odio curarla e odio i barber shop, la lascio crescere incolta, con le doppie punte. Sono otto anni che non la taglio».

Com'è cambiata negli anni Roma vista dal taxi?
«Sempre peggio. Soprattutto buche e telefonini, che sono un pericolo costante. Io vivo di incubi, nati dagli incidenti. La verità è che fare il tassista è rischioso e divertente. Io amo chiacchierare e sentire la musica. In taxi ho delle compilation precise per ogni tipo di cliente. Metto spesso Paolo Conte, Vinicio Capossela, Leonard Cohen, Caparezza, i Ramones... La radio? Praticamente non la metto mai, non voglio far sentire la pubblicità ai clienti».

Ti riconoscono tutti?
«Non credete. Tante volte chi prende il taxi nemmeno ti guarda in faccia. A volte trovi qualcuno che rimane di sasso dopo avermi riconosciuto. Io gli dico: "Guarda sembro brutto ma so' buono". Ora vi racconto una cosa: io non ho mai messo le pubblicità adesive sul taxi. Ma l'anno scorso mi sono messo quello della campagna abbonamenti della Roma e mi sono presentato a San Cosimato dai miei figli con la macchina tutta giallorossa: sono montati su e non volevano più scendere».a