Domenica e lunedì i cittadini di Roma saranno chiamati a scegliere il prossimo sindaco della Capitale. Dopo Virginia Raggi, Enrico Michetti e Roberto Gualtieri, abbiamo incontrato Carlo Calenda. Romano, classe '73, è stato Ministro dello Sviluppo Economico nei Governi Renzi e Gentiloni. Anche a lui ci siamo rivolti, come fatto e come faremo con tutti i candidati, facendo le stesse domande con un solo interesse, quello di Roma e dei romani.

Partiamo dalla candidatura. Lei è stato il primo a scendere in campo, prima ancora della sindaca uscente. Cosa l'ha spinta?
«Io ero certo, anzi certissimo, che ci sarebbe stata una vera e propria corsa a candidarsi al Comune di Roma. Ero convinto che i partiti tradizionali avrebbero messo in campo, per la Capitale d'Italia, nomi importanti, di peso. Come la Meloni, Zingaretti o Gentiloni. E invece è accaduto l'esatto contrario. Nessuno si è fatto avanti per contendere il Campidoglio alla sindaca uscente. I partiti hanno voltato le spalle alla nostra città. Ho pensato che siamo l'unico Paese al mondo in cui non si riesce a trovare qualcuno che voglia candidarsi a guidare la Capitale, un incarico di grande prestigio e responsabilità. Non è un caso, perché la politica si è allontanata dalla sua missione originale, l'arte di governo, ed è sempre di più fatta da vuoti slogan. Ed è stato allora che ho deciso di affrontare questa grande e impegnativa sfida amministrativa che è quella di correre per la Capitale. Un lavoro durato un anno, una grande avventura che ho condiviso con centinaia di persone».

Si aspettava il sostegno del PD? Per certi versi è addirittura parso che volessero costruire una candidatura contro di lei più che contro la Raggi o Michetti?
«Per lungo tempo ho detto ai vertici del Pd, prima a Zingaretti, poi a Letta, che a Roma avremmo potuto lavorare insieme a patto di rinnovare la classe dirigente. Ma il Pd romano ha fatto prevalere altre logiche. Evidentemente logiche di conservazione. Dietro a Gualtieri c'è la stessa classe dirigente che da oltre un decennio impedisce a chiunque di potersi affermare e garantire un ricambio. Di facce e di metodo di governo. Io conosco Roberto Gualtieri, ho stima di lui come tecnico, ma Roma ha bisogno di cambiare. Questa lunga campagna elettorale ha messo in mostra chiaramente che abbiamo un enorme problema con le classi dirigenti locali, un problema trasversale. Questo infatti non riguarda solo il Pd ma anche il movimento Cinquestelle e la destra. Ho un giudizio molto netto su Virginia Raggi che ha dimostrato di essere anche coraggiosa ma totalmente non all'altezza del compito richiesto. Roma ha pagato e sta pagando a caro prezzo l'incompetenza amministrativa e gestionale della sindaca e dei suoi assessori. Lo dimostrano i continui avvicendamenti che la sindaca è stata costretta a fare in questi anni: 18 assessori, oltre 10 cambi ai vertici delle partecipate, svariati comandanti dei vigili urbani… è stato un disastro. Oggi Roma è l'unica capitale europea che cresce meno del Paese che rappresenta e ha problemi che sono sotto gli occhi di tutti: trasporti, rifiuti, burocrazia. I cinque anni della Raggi sono stati una sciagura. Stesso discorso vale per Michetti: espressione della classe dirigente di Alemanno ha tenuto ‘nascosto' il programma per due mesi e poi abbiamo scoperto che era abbondantemente scopiazzato. Nella sua piattaforma ci sono pezzi di programmi copiati e incollati dai programmi di Draghi, Parisi, o parti dedicate ai vigili urbani liguri. Insomma una colossale presa in giro dei cittadini romani. E noi vogliamo affidarci a gente simile?».

Lei ha esperienza nel privato e nel pubblico. Queste due sue anime quanto possono essere utili in caso venisse eletto?
«A me piace gestire, amministrare. L'ho fatto nella mia carriera prima alla Ferrari, poi a Sky, poi in Confindustria. E l'ho fatto soprattutto da ministro dello Sviluppo Economico. Gli anni al Mise sono stati importantissimi perché sono riuscito a fare tutto quello che mi ero prefissato. Mi piace in particolare ricordare Industria 4.0, realizzata utilizzando 10 miliardi di fondi non spesi. Un intervento concreto a favore di tante aziende italiane che ha consentito al nostro Paese di crescere più della Germania. Roma è una città molto vicina alla quota di collasso. I servizi essenziali non funzionano, le metropolitane non hanno fatto la revisione generale e rischiano di fermarsi il prossimo anno, per avere una carta di identità bisogna attendere settimane».

Queste sue posizioni la pongono in modo trasversale. A chi, a quale elettorato si rivolge la sua candidatura?
«Io mi rivolgo ai romani di centro, di destra e di sinistra, al di là delle appartenenze. Quando bisogna affrontare temi come i rifiuti o i trasporti non si può parlare di appartenenza. Da qui la scelta decisiva di non avere tante liste a strascico dove dentro c'è tutto e il contrario di tutto, ma di correre con una sola lista civica, aperta a professionisti, architetti, insegnanti, medici. La mia offerta ai romani vuole essere trasparente perché i cittadini devono sapere che se sceglieranno me avranno per la prima volta un sindaco indipendente che non dovrà distribuire prebende e favori a chi lo ha sostenuto nella corsa elettorale. Ho fatto un lavoro lungo e profondo, girando in tutti i quartieri della città per almeno tre volte. Ho incontrato più di 600 associazioni che sono la vera spina dorsale di questa città e che in questi anni di governo della Raggi sono rimasti completamente inascoltati».

Sappiamo che lei è simpatizzante romanista. Quanto, se possiamo chiederglielo? Cosa pensa della passione dei tifosi?
«Sì, non seguo attivamente il campionato ma sono assolutamente romanista. So ancora a memoria la formazione dello scudetto 82-83 (ride, ndr)… Ma sono circondato da laziali! Con un fratello e un figlio biancocelesti militanti, il derby ce l'ho in casa ogni giorno. Passione mi sembra un termine riduttivo, essere romanisti è una questione quasi identitaria. Ora vi racconto un altro episodio in cui è venuta fuori questa "identità". È il 6 maggio 2001, stadio delle Alpi, sono seduto accanto a Lapo Elkann in tribuna, all'epoca lavoravo alla Ferrari e da lì siamo amici. Mi ha portato lui allo stadio. Sono chiaramente circondato da tifosi juventini. Al 34' parte l'indimenticabile siluro di Nakata e senza pensarci mi alzo esultando come potete immaginare. Non dimenticherò mai gli sguardi delle persone sedute intorno a me».

E veniamo ora a un tema per noi particolarmente caro. Lo stadio… Cosa ne pensa? Lei da tempo ha presentato una sua idea. Ha già avuto modo di parlare con la Roma?
«Noi abbiamo svolto uno studio approfondito e proposto mesi fa due aree nella zona a nostro avviso più adatta: Pietralata, nei pressi della stazione Tiburtina. Una zona centrale e raggiungibile grazie alle infrastrutture del trasporto pubblico e della viabilità, senza bisogno di costruirne delle nuove. Ma è solo una proposta, lo stadio è un'iniziativa privata. Bisogna sedersi al tavolo con la società e sono sicuro che troveremo una sintesi tra le esigenze della città e quelle dell'investitore. Quindi parlerò con la Roma dopo essere stato eletto».

Quanto conta lo sport per una città come Roma? Cosa ci può dire di impianti storici della capitale come campo Testaccio e il Flaminio?
«Lo sport è uno strumento di socialità fondamentale, proprio per questo fa male al cuore vedere due impianti storici - uno per la storia della Roma e l'altro più legato a quella dei cugini biancocelesti - di fatto abbandonati. La città merita di più: pensiamo che la soluzione migliore per il Flaminio sia quella di portare avanti il progetto realizzato da Cassa Depositi e Prestiti che mira alla riqualificazione, non solo dello stadio, ma di tutta l'area attorno. Io confesso che ritengo abbastanza difficile realizzare uno stadio di calcio moderno al Flaminio. Le difficoltà sono tante, vincoli, regole Uefa, parcheggi, viabilità. Per Campo Testaccio pensiamo ad uno spazio destinato alle leghe minori e ai giovani ma sarebbe più logico se tornasse alla società giallorossa piuttosto che ad altre realtà, come abbiamo letto in questi mesi. Lì è nata la storia della Roma, come testimonia il primo inno».

Cosa si sente di promettere ai cittadini di Roma, e ai tifosi della Roma, nel caso in cui venisse eletto?
«Noi garantiremo totale collaborazione con la società, contrariamente a quanto avvenuto in passato su Tor di Valle. I cambiamenti di rotta della sindaca hanno allungato a dismisura i tempi e fatto naufragare il progetto e scappare gli investitori. Pensiamo che la costruzione di un impianto debba avere un impatto positivo non solo per i tifosi ma per tutti i cittadini. Con un lavoro serio e di squadra possiamo realizzare lo stadio in meno di 5 anni».