«Nel testo c'è la mia famiglia, quella dei Natali passati in sessanta dentro a una casa, dove la conquista più grande era trovare un posto a tavola, c'è mio nonno paterno, che mi ha raccontato Roma, e c'è anche la voce di mio padre». Con queste parole Simone Giacinti parla del suo spettacolo "Villaggio Dachau - La vacanza de mi' nonno", in scena da domani a sabato al Teatro Ivelise. Un ragazzo cresciuto nel calore dei sentimenti, che mette il cuore in ogni cosa, romano e romanista, legato alla famiglia, soprattutto alla figura paterna, a cui, nonostante l'assenza, scrive con costanza delle lettere che contengono tutto l'affetto di un figlio, tutta la sofferenza e la dolcezza di questo ragazzo dall'animo bello.

Simone, domani debutterai al teatro Ivelise con "Villaggio Dachau". Cosa racconterai al tuo pubblico?
«Il testo è la storia dei miei due nonni, che mi hanno insegnato rispettivamente tante cose, uno Roma e la romanità e l'altro vere e proprie pillole di vita, consigli dettati dal periodo di prigionia che ha vissuto come prigioniero di guerra. All'interno della storia si parla di Cesare, un ragazzo che vive a Roma negli anni Quaranta, negli anni della guerra, nel quartiere di Borgo Pio, dove passa le giornate con il suo gruppo di amici, giocando a pallone al Fontanone. Tutto procede per il meglio fino a che Cesare non viene preso e portato via, arriva a Dachau e lì parte un racconto dove il campo di concentramento viene visto come un villaggio vacanze. Incontra alcuni suoi amici, vive come in un hotel di lusso, con tutti questi stranieri. Giocano, si divertono e mangiano sempre e solo patate. Organizzano delle partite tra di loro, ma un giorno decidono di fare un quadrangolare tra nazioni diverse: chi vince il torneo può giocare contro la Germania. Ad un certo punto un'invasione di campo... Sono arrivati gli americani a liberare il campo».

Il tema della guerra viene trattato in maniera ironica.
«Sì, è tutto trattato con la leggerezza necessaria per non rendere lo spettacolo pesante. Ci sono io da solo sul palco, che interpreto diversi ruoli con cambi continui di tonalità di voce. Non è una commedia, ma una narrazione, una storia che viene raccontata. Ho scritto questo testo anni fa a scuola di recitazione, poi l'ho accantonato e ripreso in occasione della morte di mio nonno. Mi faceva piacere ricordarlo così e sapevo che avrebbe fatto sicuramente tantopiacere anche a lui».

I tuoi testi sono sempre in romanesco. Che veicolo è il dialetto per te?
«Il racconto, anche in questo caso, è in romanesco (ovviamente non stretto). Per sottolineare l'atmosfera romana, ci sono poi anche Gabriele alla chitarra e Valentina, che intona canzoni di Gabriella Ferri. Poi, vabbè, si parla della Roma di quegli anni, del quartiere di Borgo Pio, smantellato nel '35 per costruire via della Conciliazione, e di questi giovani che vedono nel pallone l'unico rimedio alla sofferenza di quegli anni. La Roma che resiste, allora come oggi. Il dialetto poi è il modo migliore per arrivare al cuore della gente. Nessuno mi racconterebbe mai la storia della sua famiglia in italiano pulito, a meno che non lo parli nella vita. Non è il mio caso. E poi penso che sia importante difendere le proprie radici».

Uno spettacolo che parla di te, della tua famiglia. Nel tuo blog, "Darparadiso", parli con tuo padre che non c'è più…
«Nel testo c'è la mia famiglia, quella dei Natali passati in sessanta dentro a una casa, dove la conquista più grande era trovare un posto a tavola, c'è mio nonno paterno, che mi ha raccontato di Roma, e c'è anche la voce di mio padre. Ci tengo tanto a questo testo, è un pezzo di cuore. E devo ringraziare la regista, Ludovica Bei, alla quale l'ho affidato per portarlo in scena, riponendo in lei tutta la fiducia che merita. In questo testo, così come in tutti gli altri, c'è il cuore, ci credo fino in fondo a quello che scrivo».

Tra i testi del tuo blog ce n'è uno dedicato all'addio del Capitano. Da romanista, come hai vissuto quella giornata?
«Parto dal presupposto che se io dovessi giocare con la Roma e mi chiedessero di scegliere il capitano in campo, sceglierei Daniele De Rossi. Ma se mi chiedessero di definire la mia bandiera, ovviamente risponderei Francesco Totti. Il giorno dell'addio è stato unico. Ancora piango. Una giornata super romanista, con il goal all'ultimo secondo di Perrotti che entra al posto di Totti. È un addio che solo noi potevamo scrivere così».

Raccontaci la tua fede giallorossa.
«È una tradizione tramandata di padre in figlio. Mio nonno era della Lazio e un giorno portarono mio padre allo stadio, durante un derby di Coppa Italia. Lì, a soli cinque anni, decise di tifare per "loro" perché "sono gialli e rossi e colorati, invece voi siete bianchi e celesti; loro mi mettono gioia, voi no". Da lì è iniziata la fede di mio padre, passata poi a me. Sono felice di questo, nonostante sia una sofferenza, soprattutto ultimamente. Sono disamorato più che dalla gestione, che non mi compete, dalla testa dei giocatori, che non sfruttano le loro capacità e non sono grati per quello che fanno o per il fatto che ci sono tifosi che prendono 800 euro al mese e ne spendono 350 di abbonamento solo per vederli giocare, per vederli mettere in campo quel cuore che prima batteva molto di più. Quel cuore che ritrovo nelle pagine di questo giornale. I pezzi che scrivete mi riportano al calcio vero, quello delle emozioni, e mi fanno sentire meno solo».

Se potessi scrivere una delle tue lettere a un ex giocatore della Roma, chi sarebbe e perché?
«Ne scriverei due: una sicuramente ad Agostino Di Bartolomei, da parte di mio padre, per dirgli che non era solo come pensava e un'altra a Federico Balzaretti, per dirgli che è un grande dispiacere averlo visto giocare così poco».