«Sono cresciuto con domeniche scandite da Gran Premio, partita della Roma e film al cinema». Racconta così Edoardo Purgatori ai microfoni della webtv del Romanista, attore romano e romanista, figlio d'arte e, da settembre, marito di Livia. Le ragazze lo ricorderanno per aver interpretato il fidanzato di Annuccia nella serie tv "Un medico in famiglia", ma Edoardo è anche tanto altro. Un professionista a tutto tondo, innamorato del suo mestiere, della sua città e della sua squadra, un ragazzo dagli occhi sognanti e dal sorriso contagioso, che, nei suoi spettacoli teatrali, affronta importanti tematiche di attualità e che, con estrema umiltà, punta sempre più in alto. Fino al 24 novembre vi aspetta, tutte le sere alle 21, al Teatro Belli di Roma con la magistrale interpretazione di "Killology" di Gary Owen, insieme a Stefano Santospago ed Emiliano Coltorti.

Edoardo, partiamo dalla tua indiscussa fede giallorossa...da quando e quanto sei romanista?
«Romanista lo sono da prima che nascessi, con un padre romanista come il mio non potevo che nascere così. È stato lui il primo a portarmi allo stadio, durante un Roma-Atalanta finito 1-0, l'anno dello scudetto. Quella è una delle prime volte che non si dimenticano, una sensazione incredibile. Sai quando Brusco dice, in una sua canzone sulla Roma, che sali gli scalini e ti si apre un mondo, ecco è andata proprio così. E poi esultare insieme a tutta quella gente è stato favoloso. Mio padre, tra l'altro, non tornava allo stadio da quella famosa finale Roma-Liverpool che ha traumatizzato molti tifosi romanisti».

Frequenti lo stadio oggi?
«Sono sempre stato abbonato, così come sono sempre andato in trasferta. Quest'anno, per questioni di lavoro, ho potuto fare solo il mini abbonamento Champions. In ogni caso appena posso vado anche alle partite di campionato o in alternativa ho il mio gruppetto di amici al pub».

E della Roma di adesso che ne pensi?
«Quello che vedo da tifoso è un progetto che fa fatica a crescere, a prendere piede, molto legato alla questione della costruzione dello stadio. Spero si faccia, e che porti con sè quella tranquillità necessaria che permetta alla società di puntare sui giovani, sulla loro crescita. Però insomma la trovo anche una Roma in evoluzione, calcisticamente parlando, seppur un po' bipolare, con prestazioni altalenanti, tra Champions League e campionato. Forse è l'inno della Champions che gli fa scattare qualcosa dentro. Chissà».

L'altra tua grande passione, la recitazione, è anche il tuo mestiere. D'altronde sei figlio d'arte, non poteva essere altrimenti.
«Mia madre è storica d'arte e attrice, mio padre giornalista e sceneggiatore. Diciamo che questa passione me l'hanno sicuramente trasmessa loro. Mia madre portava me e i miei fratelli fissi a teatro o in giro per musei. Mio padre, invece, ci portava la domenica al cinema, ovviamente dopo la partita della Roma. La nostra domenica era Gran Premio, partita della Roma alle 15 e poi cinema. Crescendo poi ho scelto di fare teatro, anche se mio padre era molto contrario...».

Come mai?
«Perché, conoscendo un po' l'ambiente, lo vedeva come un mondo molto precario, condizione che oggi, tra l'altro accomuna tutti noi. Provai a non seguire la mia passione. Feci tre mesi di scienze politiche per poi accorgermi subito che non era la mia strada. A quel punto ho preso la mia decisione definitiva, sono partito e sono andato in Inghilterra, a studiare teatro a Oxford».

Ricordi qualche episodio di "panico da palcoscenico"?
«Sempre avuto, fin dagli esordi, ma ancora oggi. È una di quelle sensazioni che non ti abbandonano mai, la paura di dover dimostrare chi sei, quanto vali. La stessa sensazione che penso provino i calciatori ogni volta, prima di scendere in campo. L'importante è imparare a gestirla, saper distinguere quella legata alla consapevolezza di non sapere e quella invece legata alla consapevolezza di essere preparati. La seconda passa una volta saliti sul palco. Il segreto, in ogni caso, è non prendersi mai troppo sul serio».

Dal teatro sei poi arrivato al cinema. Tutti noi ti ricordiamo come l'Emiliano di "Un medico in famiglia 8", il cattivo ragazzo che corteggiava Annuccia.
«Premetto che quell'esperienza mi ha insegnato molto, è stato il primo ruolo grande che ho fatto in televisione. C'era molta paura, molta voglia di dimostrare. Ho avuto la fortuna di lavorare con attori come Giulio Scarpati, Lino Banfi. Ricordo che al provino cercavano un ragazzo che interpetasse un tatuatore. La mia agente mi disse che non era il mio ruolo, sono sempre stato identificato come un ragazzo pulito. Al che decisi di farmi sulla faccia dei tatuaggi finti, mi aiutò mia sorella. E alla fine mi presero, apprezzarono la creatività, la buona volontà. Ricordo anche che, a quel punto, andai da un tatuatore al Pigneto per due settimane a imparare, per calarmi a pieno nella parte».

Tornando al teatro, ora sei impegnato in "Killology" al Teatro Belli di Roma.
«Premetto che poche volte nella vita mi è capitato di trovare un testo così forte e bello. Questo spettacolo è stato fatto a gennaio a Londra e ad aprile ha vinto un premio inglese come uno dei migliori testi dell'anno. Si parla di Killology, un videogioco iperviolento nel quale ricevi punti in base a quanto sei creativo e sadico nel torturare le tue vittime. Insieme a me ci sono Stefano Santospago ed Emiliano Contorti. Questi tre personaggi si incontrano grazie a questo videogioco e ne succedono di ogni... Il resto ve lo svelo a teatro. Le tematiche trattate sono due, quella della violenza e quella del rapporto padre-figlio».

Temi forti, come quello che tratterai a gennaio in un altro spettacolo, "The Pass".
«Esatto. Lì si parlerà di omosessualità nel calcio, un argomento che ancora in questo sport sembra essere un taboo. Il lavoro di ricerca che c'è dietro a questo testo, scritto nel 2014, è immenso. La vicenda scatenante è stata quella di un calciatore che a fine carriera si è dichiarato gay. La tematica è quella dello scontro che si instaura tra il fatto di raggiungere successo in carriera, senza sentirsi mai completamente liberi di essere se stessi perché immersi nella continua paura di essere giudicati, penalizzati, di perdere quello che si è costruito con tanto tempo e impegno. In relazione al tema trattato è stato importantissimo il patrocinio di Amnesty International e del Coni. Significa che qualcosa si sta muovendo. Con Amnesty International andremo nelle scuole a parlare di omofobia. Speriamo di lanciare un messaggio, di accendere una scintilla che possa portare un incendio, per cambiare qualcosa e superare questi preconcetti».

Nello spettacolo si parla quindi anche di amore. Amore come quello che a settembre ti ha portato all'altare, giusto?
«Ebbene sì, mi sono sposato. E sono felicissimo. Mia moglie e io stiamo insieme da undici anni, quindi questa è stata una festa che ha coronato il nostro amore. Non potevo chiedere di più, ho sposato la donna di cui sono innamorato».

Invece Ed Hendrik chi è?
«Sembra una roba molto strana, ma in realtà sono sempre io. È stata una decisione di marketing. Sono mezzo tedesco, ho la fortuna di lavorare anche in Germania, ma, affinchè io venga preso in considerazione dai casting, è necessario che sui miei profili pubblici compaia anche il mio nome in tedesco e non solo quello in italiano. Anche perché ho la fortuna di parlare molto bene sia l'inglese che il tedesco, quindi lavorare all'estero non mi dispiacerebbe. Tra l'altro Hendrik è anche il cognome di una mia bisnonna, nonchè uno pseudonimo che spesso utilizzava mia madre a teatro».

Qual è l'attore italiano con cui vorresti recitare in questo momento?
«Sicuramente uno di quelli che più mi stimola artisticamente è Luca Marinelli. Adoro i ruoli che sceglie e come li interpreta. Poi vabbè sarebbe stato un sogno girare una scena con Mastroianni magari diretta da Fellini. A proposito di sogni».