Si ritroveranno di fronte dopo dieci anni. L'ultima volta che Ranieri e Prandelli si sono stretti la mano su un campo di calcio, è datata sette febbraio 2010, la Roma vince a Firenze con un gol di Vucinic nel finale, dopo che soprattutto nel primo tempo Julio Sergio aveva fatto il fenomeno. Era il primo anno di Ranieri alla Roma, arrivato alla terza giornata di quel campionato dopo le dimissioni del primo Spalletti, capace di ridare vita a una squadra che aveva perso le prime due, dando vita a un'impresa solo sfiorata, secondo posto finale dopo aver scavalcato, con una rimonta straordinaria, l'Inter di Mourinho.
Si ritroveranno domani a Genova per una partita che varrà molto per entrambi, la Champions per il sor Claudio, la salvezza per l'ex ct della nostra nazionale, novanta minuti che valgono una stagione. Il palcoscenico sarà quel Marassi che al tecnico romano e romanista, ricorda una delle giornate più tristi della sua carriera, una sconfitta della sua Roma dopo essere stato in vantaggio di tre gol, un ko che portò dopo poche ore alle dimissioni dell'allenatore che lasciò forse convinto che una seconda occasione romanista non ci sarebbe più stata. E invece eccolo là sul ponte di comando di una Roma che vuole ancora sentire la musichetta della Champions, capace di rimettere insieme i cocci di una stagione ai confini della realtà, in grado di riaccendere entusiasmi in una tifoseria uscita ciancicata dall'esperienza con il duo Monchi-Di Francesco. Prandelli lo sa bene e di fronte a quella Roma che, sue parole, è stata il rimpianto della sua carriera avendola vissuta soltanto per poche settimane, vuole conquistare la Genova rossoblù per un nuovo inizio di una carriera che dopo l'Italia gli ha riservato solo amarezze.

Ranieri per cancellare quelle dimissioni

La faccia. Avreste dovuto vederla quella faccia. Di persona, non filtrata da una fredda telecamera. Una faccia devastata, incredula, sconfitta, dimessa nel senso che me ne vado. Avreste dovuto vederla dal vivo quella faccia con cui Claudio Ranieri attraversò la pancia di Marassi senza dire una parola davanti a una stampa che era già al lavoro in cerca di precedenti, tre gol di vantaggio per poi essere sconfitti subendo quattro reti che la Genova rossoblù ancora ricorda come un'impresa irripetibile. Era il venti febbraio del 2011, settima giornata del girone di ritorno, la Roma aveva appena perso a Marassi contro il Genoa di Ballardini, Mexes, Burdisso, Totti a far sembrare tutto facile, poi in poco più di trenta minuti doppiette di Palacio e Paloschi a ribaltare tutto. Terza sconfitta consecutiva di un campionato che era andato in senso opposto a quello precedente, quello della grande rimonta sull'Inter del triplete, concluso con l'ennesimo secondo posto della nostra storia. Probabilmente il più amaro di tutti, complice una maledetta sconfitta all'Olimpico con la Samp con tanto di inevitabili e soliti rimpianti (eufemismo) arbitrali a far svanire un sogno, ma incapaci di ucciderlo come dimostrarono i tifosi giallorossi nell'ultima di campionato a Verona contro il Chievo quando esposero uno striscione memorabile, «chi tifa Roma non perde mai».

Ma quel giorno a Marassi, quello striscione a Ranieri sembrò lontano anni luce, non pochi mesi. Aveva seguito quei novanta minuti a Marassi con le stesse sensazioni di sempre, quelle prima del tifoso e poi dell'allenatore, incredulo per aver assistito a un suicidio che neppure il migliore sceneggiatore del mondo sarebbe stato capace di costruire con tanta follia.

Era rientrato negli spogliatoi avendo già deciso cosa fare. Poche parole alla squadra, nessuna ai giornalisti. Si era incamminato verso il pullman continuando la scelta del silenzio, nonostante più di qualcuno cercasse di tirargli fuori una dichiarazione sull'incredibile diventato credibile che era accaduto. Fu silenzio anche sul pullman nel tragitto verso l'aeroporto genovese. I giornalisti, all'epoca, ancora volavano con la squadra. Si pensò che magari durante l'oretta scarsa del volo, qualche cosa sarebbe uscita fuori. Niente. Ranieri occupò il suo posto senza dire una parola, al fianco il vice dell'epoca, il francese Christian Damiano, mentre i cronisti al seguito cominciavano a immaginare scenari su quello che sarebbe successo. Ranieri parlò, non troppo, per tutto il viaggio con il suo vice con Damiano che prendeva appunti. Quando scendemmo da quell'aereo, ancora non c‘era nulla di ufficiale, ma quella faccia ci aveva fatto capire che qualcosa sarebbe successo. Vedemmo Damiano al telefonino. Da lì a pochi minuti capimmo a chi aveva telefonato. All'Ansa. Dettando il comunicato delle dimissioni di Ranieri. Furono i giornali ad avvertire i cronisti al seguito, «guarda che Ranieri si è dimesso». Lasciando sul piatto tutto i soldi che avrebbe dovuto percepire da contratto. Si chiuse così la prima esperienza di Ranieri sulla panchina del suo sentimento. E domani quando si ripresenterà a Marassi contro il Genoa, potete giurarci che tutto questo gli tornerà alla mente, come un ulteriore stimolo per inseguire l'obiettivo che gli è stato prospettato nel momento in cui ha ridetto sì alla Roma, la Champions. Non sarà uno scudetto, ma vale cinquanta milioni. E Ranieri stavolta non vuole dimettersi.

Prandelli per ricordare quell'avventura

Il sorriso. Un po' stupito, sincero, beneaugurante. Era il sorriso di Cesare Prandelli quando il primo giugno del 2004 si presentò a Trigoria accolto da centinaia di tifosi in festa e uno striscione di benvenuto che recitava, «Ave o Cesare, benvenuto nell'impero». «Ma questi sono pazzi», la sua reazione che voleva essere un complimento, travolto da un entusiasmo contagioso e che mai aveva conosciuto. Il suo arrivo alla Roma era stato ufficializzato pochi giorni prima, erede di Fabio Capello che, sfruttando una finestra sul suo contratto che gli permetteva di salutare e firmare per un altro club, aveva pensato di dire sì alla Juventus dove pochi mesi prima aveva detto che non sarebbe mai andato. Invece Prandelli aveva detto sì alla Roma, dopo due anni tormentati ma di successo al Parma, in un autogrill dell'autostrada Roma-Milano, più o meno a metà strada, fate conto non lontano da Reggello dove si era incontrato con Franco Baldini. Ci avevano messo poco a mettersi d'accordo. Prandelli era entusiasta di quell'opportunità, il salto in alto che aspettava da quando aveva cominciato a fare l'allenatore, l'avventura cercata e voluta per mettersi alla prova in una grande piazza e in un club di prima fascia, come era la Roma di quei tempi, reduce dal quadriennio capelliano dove peraltro aveva vinto meno di quello che avrebbe dovuto e potuto.

Durò meno di tre mesi quell'avventura di Prandelli vestito di giallorosso. In realtà ancora meno. Perché l'implacabile malattia che colpì la moglie Manuela, travolse la serenità di tutta la famiglia. Erano passate appena poche settimane, la Roma doveva partire per una tournèe estiva, ma all'aeroporto di Fiumicino il tecnico di Orzinuovi non si presentò. Si parlò subito di problemi famigliari, ma nessuno in quel momento pensava che lo avrebbero portato all'addio. La situazione andò avanti ancora per qualche settimana. In quei giorni si capirono le reali motivazioni del dramma che si stava vivendo in casa Prandelli, la Roma si mise a disposizione, facendogli anche capire che non ci sarebbe stato problema se c'era bisogno di attenderlo. Il tecnico provò ad andare avanti, ma la testa era altrove, impossibile lavorare in quelle condizioni psicologiche. Forse la goccia che fece traboccare il vaso, fu l'intervallo di un'amichevole che la Roma stava giocando a Perugia. L'allenatore al termine del primo tempo decise di sostituire Cassano che rispose con una delle peggiori cassanate delle sue, insulti e sceneggiata negli spogliatoi con i compagni costretti a intervenire per cercare di calmare la situazione. Si chiuse lì, di fatto, l'avventura prandelliana sulla panchina della Roma, ma si sarebbe chiusa lo stesso anche senza l'episodio di Cassano. E allora il ventisei agosto di quel 2004, il tecnico presentò le dimissioni alla società giallorossa quando mancavano pochi giorni al via del campionato. Neppure una volta in panchina in una partita ufficiale. Allenatore per una sola estate, ma la moglie Manuela aveva bisogno di avere al fianco il marito che per tutto quel 2004 rimase a guardare. Incassando con amarezza anche le accuse che da queste latitudini, non solo da parte di qualche tifoso, fiorirono quando l'anno dopo Prandelli firmò per la Fiorentina, sostenendo che la malattia della moglie non era vera e che era stata solo una scusa. A rispondere a questi delinquenti, purtroppo ci pensò Manuela andandosene pochi anni dopo con la stessa discrezione che aveva sempre avuto nella sua vita.