Amore e rabbia. De Falchi e la squadra. I tifosi e la Roma. L'Olimpico sembra spaccato in due prima, durante e dopo Roma-Milan. E la Curva Sud, unita nella contestazione e divisa solo sulle modalità, sulla scelta cioè di abbandonare il proprio posto nello stadio dal 15' in poi, ne è la foto emblematica. Cori e fischi, d'amore e di rabbia. Fischi per la squadra durante il riscaldamento. Con De Rossi (unico esentato dai fischi insieme a Zaniolo anche durante la lettura delle formazioni) che aspetta Kolarov, beccato dalla curva con un coro personalizzato e una bordata di fischi, per uscire con lui e rientrare negli spogliatoi.

L'unica luce, al momento dell'inno e nei momenti subito successivi, il ricordo di Antonio De Falchi trent'anni dopo e in ognuno di questi lunghi tren'anni. Lo avevano annunciato i gruppi della Curva Sud in occasione di Atalanta-Roma ed Antonio De Falchi viene ricordato nel prepartita del match con i rossoneri.  Il ragazzo della Sud, rimasto vittima nel 1989 di un'aggressione di alcuni tifosi rossoneri fuori da San Siro prima di un Milan-Roma e deceduto per un infarto, viene  anche ricordato dallo speaker dell'Olimpico prima dell'annuncio delle formazioni delle due squadre.

Trent'anni. Trenta. Come le bandiere con l'effigie che campeggiano in "Curva Sud Antonio De Falchi", srotolate prima del fischio d'inizio. Una coreografia piena d'amore, che lascia  poi spazio al primo coro di attualità, rivolto al presidente Pallotta. D'insulti, come prevedibile. La Curva subito lancia la contestazione al grido dei classici "La nostra fede non va tradita, mercenari! Mercenari!" e "Solo la maglia, tifiamo solo la maglia". Sopra ogni ingresso della Sud e in basso, sul vetro confinante con la pista d'atletica dove solitamente è tutto giallorosso, una scritta ricorrente "Portate rispetto". "Rispetto". Stesso messaggio apparso nello striscione  esposto dopo pochi minuti nella parte centrale del settore più bello del mondo: «Oggi solo Antonio vogliamo onorare, a voi non vi vogliamo neanche guardare». Amore e rabbia, rabbia d'amore.

La Sud semivuota dopo un quarto d'ora @LaPresse

Sud mezza vuota

Basta un quarto d'ora e tutti gli stendardi dei gruppi spariscono. Ma lo svuotamento dell'anima si traduce nello svuotamento fisico. Con tutta la parte bassa della Sud che esce dallo stadio. Rimangono dentro i Fedayn, che prima della gara avevano esposto uno striscione a Piazza Mancini: "Nella vita talvolta è necessario saper lottare, non solo senza paura, ma anche senza speranza". Una citazione di Sandro Pertini del 1933 in una lettera alla madre, quando quello che sarebbe poi diventato Presidente della Repubblica si trovava incarcerato a Portoferraio, sull'Isola d'Elba, durante il regime. Curva mezza vuota (o mezza piena, fate voi) e poi il silenzio. Rotto solo dai fischi al rientro in campo per l'inizio della ripresa (e per Florenzi, di più, e Schick e Karsdorp, misti ad applausi, al momento delle sostituzioni, a cui si sono accompagnati ancora cori contro i giocatori, definiti nuovamente "mercenari") e dalle voci unite per Antonio De Falchi. Accolto non proprio con freddezza, ma con un'esultanza più di rabbia che di entusiasmo, il gol di Nicolò Zaniolo che riporta in parità le sorti della gara a inizio secondo tempo e scavalca i cartelloni pubblicitari per esultare davanti (e non sotto) alla Sud. Freddezza che si va a sciogliere, anche se mai del tutto (la Curva resta in "sciopero"),  con il crescendo della prestazione della Roma. Tanto che un minimo di "rapporto" tra squadra e spalti si crea, con la richiesta di Karsdorp che si sbraccia, dopo qualche fiammata. Ma «non basta», per citare il Di Francesco pensiero del dopo gara. Non basta, è vero, ma scioglie un minimo i 37.581 spettatori (di cui 13.727 paganti e 23.854 abbonati) dell'umida serata dell'Olimpico. Che ancora non si sono ripresi dalla settimana orribile appena conclusa. E anche se la prestazione c'è stata, ci vorrà ben altro per sciogliere del tutto.