Il 21 ottobre scorso, al 13' di Fiorentina-Cagliari, le due squadre sono sullo 0-0, ma l'intero Franchi si alza in piedi e applaude. Tifosi di casa e ospiti si uniscono nel ricordo di Davide Astori, che ha vestito le maglie e indossato la fascia di capitano di entrambe le squadre. In tribuna c'è la famiglia del difensore, non può mancare in occasione della sfida che più di ogni altra riporta alla memoria il sorriso gentile e gli occhi verdi che ormai sventolano ogni domenica nella Curva Fiesole, corredati dal numero 13. Sabato pomeriggio con ogni probabilità accadrà lo stesso, quando la Fiorentina e la Roma si affronteranno in un altro match che è legato a doppio filo con il ragazzo venuto a mancare otto mesi fa per una tachiaritmia a soli 31 anni. Perché il viola e il giallorosso erano sempre stati nel destino di Davide, ben prima che finisse per vestirli e difenderli.

Il primo gol in Serie A lo segna proprio alla "sua" Fiorentina, il 31 gennaio 2010, quando veste la maglia del Cagliari. Ha da poco compiuto 23 anni ed è diventato titolare inamovibile dei sardi. Ha personalità da vendere, è uno di quelli che con un'espressione spesso abusata definiremmo leader silenzioso: parla poco, come del resto tutte le persone intelligenti, ma quando lo fa non è mai banale. È educato e umile - doti piuttosto rare, nel calcio odierno - e quando risponde alle domande dei giornalisti li guarda sempre negli occhi. Qualità che, abbinate a quelle tecniche, spingono Walter Sabatini a strapparlo alla Lazio nell'estate del 2014: sembra a un passo dal biancoceleste, ma l'allora ds romanista con un raid nel Cadore se lo assicura in prestito con diritto di riscatto. «Giocare con la Roma ha molto più appeal rispetto all'opportunità di giocare con una squadra inferiore», sono le sue prime parole da giallorosso.

La prima partita ufficiale con la Roma la gioca il 30 agosto, e sarà pure un caso, ma è contro la Fiorentina: finisce 2-0 per la squadra all'epoca allenata da Garcia, 90' impeccabili al fianco di un altro volto nuovo, Kostas Manolas. Diventa ben presto titolare, alla faccia di chi, giusto pochi mesi prima, gli aveva fatto notare che forse 27 anni sono troppi per il salto in una grande squadra. «Sono giusti», aveva replicato lui, e lo dimostra. Poche chiacchiere e tanto lavoro, ché le parole se le porta il vento e l'unico a dover parlare è il campo. Come il 6 gennaio 2015, quando Totti e compagni espugnano il Friuli grazie al "gol fantasma" di Davide al 17': su una punizione dalla destra, lui salta più in alto di tutti e colpisce; la palla si stampa sulla traversa e poi rimbalza di pochi centimetri oltre la linea di porta. Lui, con il numero 23, prima si rivolge al giudice di porta che non ha segnalato la rete; quindi, quando Guida convalida, riceve l'abbraccio dei suoi compagni. Eccolo, il leader silenzioso, il professionista esemplare: risolve l'ostica trasferta con il suo gol, anche se di mestiere fa il difensore centrale e i gol (degli avversari) è pagato per evitarli.

Ma quando va in panchina, perché il tecnico decide di preferirgli un altro giocatore, Davide fa il tifo per il suo collega: lo si vede nell'abbraccio scatenato a Mapou Yanga-Mbiwa il 25 maggio. Col francese si è spesso "sfidato" per una maglia da titolare durante tutta la stagione, ma la squadra viene prima di tutto e Davide lo sa. Davide è un uomo squadra, ecco cosa. E quando Sabatini non riesce a riscattarlo in estate, è sinceramente dispiaciuto, come del resto i suoi compagni. Ma il calcio è così, e the show must go on.

Passa alla Fiorentina e le sue prestazioni con la maglia viola gli valgono il ritorno in Nazionale. Alla terza stagione in riva all'Arno diventa anche capitano, ma il 4 marzo arriva il tragico epilogo: Davide viene ritrovato senza vita nella sua stanza d'albergo a Udine, dove la squadra di Pioli avrebbe dovuto giocare di lì a poche ore. Ha compiuto da poco trentun anni, lascia una figlia di due e una compagna. Il mondo del calcio e non solo si stringe intorno alla famiglia: i compagni, i colleghi, gli allenatori, tutti si fermano per ricordare Davide, strappato troppo presto alla vita. Ammesso che possa esistere un'età giusta per andarsene. I funerali, il minuto di silenzio in tutti gli stadi e la coreografia del Franchi in suo onore sono ancora negli occhi e nei cuori di tutti. Come del resto il suo sorriso e i suoi occhi verdi, impressi su quella bandiera che sventola al Franchi. Ostinata, libera, bella: proprio come il difensore centrale, l'uomo, il padre, il compagno e il ragazzo che ricorda.