C'era un piccolo striscione nella fresca serata di Barcellona del febbraio di sedici anni fa ed è come se fosse rimasto lì nascondendosi da occhi indiscreti per ritrovare gli amici di un tempo.
"Li sordi spesi mejo", una scritta tanto semplice quanto complessa nell'abilità di sintetizzare in quattro parole un sentimento condiviso da migliaia di persone. Dogma e al tempo stesso stella polare ben visibile dalla piccionaia di un Camp Nou che sembra alto come un monte, le cui vette son capaci di far venire le vertigini. Perché si è giustamente parlato a lungo di quanto ingiusto sia richiedere così tanto in termini economici a chi di suo ha già speso molto per arrivare fin là, eppure anche le argomentazioni più nobili son destinate a scontrarsi con la voglia irrefrenabile di star con lei e poco importa se da Barcellona torneranno con le tasche semivuote e con un sogno capace di mostrare l'altra faccia della stessa medaglia.

Un sogno d'altronde è qualcosa di istintivo, fanciullesco e se son cento, mille e tremila ad esser giunti fino alle porte di un tempio del calcio con i cuori pieni di speranza, allora che viva questa follia.
"Wish my dream would never go away", che se non l'avesse scritta Freddie Mercury forse sarebbe incipit figlio di mente romanista. La speranza che un sogno possa non svanire e quel mai a ricordare che "mai" non esiste, ma si può rimandarne almeno la scadenza.
Era il marzo del 1987 quando all'Hotel Ritz di Barcellona avvenne il primo incontro tra la leggenda del rock e quella Monserrat Caballé regina della musica lirica. In quei giorni la Roma di Eriksson era tornata a tallonare la capolista Napoli mentre i giornali titolavano: "Attenti alle illusioni". Maledette illusioni.

Da quell'incontro tra Mercury e la soprano catalana presa vita il testo di "Barcelona" e una esibizione in cui per la terza volta Freddie apparve in video senza i baffi distintivi. Terza volta come per i tanti romanisti in quel settore del Camp che è così alto che i ventidue in campo sembrano puntini lontani.
Ma non sarà difficile farsi, non sarà complicato sentir l'inno che tutto il mondo fa tremare.
"Che suoni la musica, fate cantare ogni voce", metà in inglese e metà in spagnolo, un po' Mercury e un po' Caballé. Sembra di sentirli parlare, i romanisti.

Quelli che in queste ore girovagano ammazzando il tempo tra le vie di quella che gli avi eran soliti chiamare Barcino, perché Colonia Iulia Augusta Faventia Paterna sarebbe stato sin troppo dispendioso.
Barcino la frizzante, allegra e sospesa tra cielo e mare, mare e cielo e i suoi cittadini come le api di Gaudì. Camminano costeggiando la Cattedrale dove tredici oche custodiscono con lo starnazzar l'eterno riposo di Santa Eulalia, patrona cittadina sottoposta alle torture degli antichi romani. Si aggirano scattando fotoricordo sotto il ponte di Calle del Bisbe dove, dicono i locali, chi osserva il piccolo teschio raffigurato ha il potere di esprimere qualsiasi desiderio, o sotto la statua di Colombo con quel suo dito che non tutti sanno ma l'America non l'ha mai indicata perché sarebbe stato brutto vederla spalle al profondo blu. Sorseggiano acqua dalla fontanella di Canaletes, ai piedi della Rambla, dove curiosando si può anche rinvenire un piccolo stemma del Barcellona perché, decenni or sono, i tifosi si riunivano in quel luogo per aspettare, ed esperar ancora una volta non potrebbe tradursi in migliori modo.

E dalla redazione del quotidiano "La Rambla" una lavagnetta di legno ad informare del risultato dei blaugrana. Lì dove Don Chischiotte contemplò per la prima volta il mare, loro che forse son tornati lì soltanto per rivederlo o forse no.
In quella Barcellona la più grande delle non capitali, la città dove più di tutte si concentra una lingua che nazionale non è ed è una cosa piuttosto bizzarra.
Per un giorno e forse più il catalano sembra come se si fosse messo da parte, per lasciare spazio al battito congiunto di migliaia che con la loro voce sfideranno a muso duro il realismo.

Servirà uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto.