Fu il gol della rinascita, quello con cui Francesco Totti si lasciò definitivamente alle spalle l'infortunio alla caviglia del febbraio precedente. Il dolore, l'intervento, la fatica, la pressione, il sudore della riabilitazione a tempo di record per prendere parte ai Mondiali di Germania: scagliò tutto questo dentro la porta dello Shakhtar Donetsk, all'incrocio dei pali, proprio con il piede sinistro. Zittendo anche le critiche di chi, durante la Coppa del Mondo, sosteneva che fosse finito.

C'era già stato il rigore agli ottavi di finale contro l'Australia in Nazionale, ma in maglia giallorossa il ritorno al gol del Capitano avvenne il 12 settembre 2006, gara d'esordio della Champions League post-Calciopoli. A voler essere precisi, la maglia quel giorno non era giallorossa, ma grigia. L'immagine più bella di quel giorno ritrae il numero 10, sorridente e a braccia larghe, inseguito da un giovane Daniele De Rossi. Il volto di Francesco racconta un incubo finalmente giunto al termine, una luce alla fine del tunnel. Quella rete è una liberazione.

Lo è anche per la Roma, quel ritorno in Champions che culminerà nella magica notte di Lione: contro gli ucraini la squadra allenata da Spalletti (all'esordio nella massima competizione continentale per club) ci mette più di un'ora a sbloccarla, ma il gol di Taddei è il tappo di una bottiglia di champagne che salta: 4-0. Raddoppia Totti, quindi De Rossi firma il tris: una serata per romanisti, una serata di romanisti, stelle che rischiarano il nostro cielo come quelle che compaiono nel logo della Coppa più ambita. Il poker lo cala Pizarro nel finale. Dopo un anno di assenza in Champions, la Roma torna tra le grandi - dove le compete d'essere sempre - e lo fa in grande stile. Con il sigillo del Capitano di allora e del Capitano di oggi, perché nell'arco di undici anni tutto cambia, ma niente cambia. Certe cose vanno al di là del concetto di tempo, certe cose sono per sempre e ovunque.

Nella gara di ritorno del 22 novembre, allo Stadio Olimpico di Donetsk, ci complichiamo la vita e veniamo giustiziati da un gol di Marica nella ripresa. La sconfitta per 1-0, arrivata dopo il pari casalingo contro l'Olympiacos, scompagina i piani di Totti e compagni e li costringe a vincere l'ultima gara del girone, a Roma contro il Valencia di Quique Sanchez Flores: ci pensa Panucci, con una rete in avvio, a portarci agli ottavi di finale. Il sorteggio non ci sorride, l'urna ci mette di fronte all'Olympique Lione pluricampione di Francia. Tutti sanno come andrà a finire: Réveillère ha ancora mal di testa e nei suoi incubi rivede le gambe di Mancini che danzano sul pallone come in una samba.

Ottavi amari

L'altro doppio confronto con gli ucraini, nella fase a eliminazione diretta, risale proprio agli ottavi di finale e evoca brutti ricordi. È la stagione 2010/2011, l'ultima della gestione Sensi prima dell'avvento della gestione americana. Una Roma piuttosto disastrata, guidata (ancora per poco) da Claudio Ranieri si qualifica da seconda in un girone con Bayern Monaco, Basilea e Cluj. Il sorteggio ci mette di fronte all'undici allenato da Mircea Lucescu, che ha appena vinto il Gruppo H davanti all'Arsenal.

All'Olimpico, il 22 febbraio 2011, passiamo in vantaggio poco prima della mezzora grazie ad un'autorete di Raţ, ma il pareggio di Jadson è immediato. Quindi il quarto d'ora di blackout che costa caro ai giallorossi: Douglas Costa ribalta il risultato, quindi serve a Luiz Adriano la palla del 3-1 approfittando di un clamoroso svarione di Riise. Nella ripresa il 2-3 di Ménez tiene aperto uno spiraglio di speranza in vista del match di ritorno. Speranza che dura ben poco. Nella gara di ritorno, in panchina siede Vincenzo Montella, subentrato a Ranieri dopo le dimissioni del tecnico romano: al 18', in una Donbass Arena sotto zero, veniamo ulteriormente gelati dal gol di Hubschmann. La grande occasione per pareggiare capita a Borriello, atterrato in area, ma dal dischetto l'attaccante si lascia ipnotizzare da Pyatov che respinge. Il nervosismo travolge i nostri: Mexés si fa buttare fuori, De Rossi colpisce Srna con un pugno - non visto dall'arbitro Webb - che gli costerà tre giornate di squalifica con la prova televisiva. Nella ripresa, Willian e Eduardo fissano il punteggio sul 3-0.

Altri tempi, altro Shakhtar, ma soprattutto altra Roma. Allora fu già un successo entrare tra le migliori sedici, ora non ci accontentiamo. E non si tratta di arroganza, ma di determinazione, di quell'atteggiamento che ti porta a non accontentarti mai e a voler migliorare sempre te stesso che Di Francesco predica da mesi: è giunto il momento di vendicarci.