Zorro non fa paura. Rispetto sì, paura no. Dove Zorro sta per Paulo Fonseca, tecnico dello Shakhtar che per festeggiare la qualificazione agli ottavi di finale della Champions, si è mascherato da Zorro, appunto, con tanto di cappello, mascherina e mantello. Divertente, ma Antonio Carlos Zago ci ha tenuto a fargli sapere che da queste parti non troverà nessun sergente Garcia. E Zago, lo scudetto scucito e una Supercoppa con la maglia giallorossa, un recente passato da assistente allenatore allo Shakhtar al fianco di Mircea Lucescu, è uno che gli elementi per parlare di questo accoppiamento Champions, li ha tutti. E allora abbiamo deciso di sentirlo. Lui, con la cortesia che lo ha sempre contraddistinto sin dagli anni in cui era un difensore che per un attaccante era meglio non trovarselo di fronte, ci ha risposto su tutto e tutti. Felice, anche se dal suo Brasile, di tornare a respirare l'aria romana e romanista.

Antonio sbagliamo se pensiamo che tiferai Roma?
«Non ci si può sbagliare. Roma e la Roma sono sempre nel mio cuore, come posso torno a trovarvi».

Succederà anche per gli ottavi di finale di Champions League?
«Per la partita d'andata in Ucraina non credo, ma il tredici marzo quando si giocherà il ritorno all'Olimpico, spero proprio di poterci essere».

Per festeggiare con i tuoi ex tifosi?
«Per festeggiare con Roma. Io so bene cosa voglia dire vincere indossando la maglia giallorossa. È meraviglioso e indimenticabile».

Ma il tuo pronostico è dettato dal cuore o dalla testa?
«Da entrambi. Perché è vero che ho un debole per la Roma, ma penso pure che i giallorossi siano più forti degli ucraini. Anche se...».

Anche se?
«La Roma farà bene a non fidarsi. Loro hanno esperienza europea e una buona squadra. Se il calcio fosse matematica non ci sarebbero dubbi, ma sapete bene come con il pallone non sempre due più due faccia quattro. Gli ucraini sono più esperti e questo in Europa è un fattore che può contare».

Con lo Shakhtar hai lavorato per quasi tre anni.
«È stata un'esperienza molto costruttiva. Grazie al fatto che ho avuto la fortuna di lavorare con un maestro come Mircea Lucescu. Il tecnico romeno per loro è stato come aver vinto la lotteria. Lui ha scommesso su di loro ed è andato alla cassa».

Senza Lucescu ora è una squadra meno forte?
«Io sono tornato in Brasile, ora sono l'allenatore del Fortaleza, quest'anno li ho visti giocare poco. Mi sembrano una squadra meno tosta di quella delle ultime stagioni, anche se hanno individualità importanti».

Chi in particolare?
«Mi piace soprattutto Marlos. La Roma dovrà fare attenzione a questo mancino brasiliano, ha un piede educatissimo, è pericoloso sui calci di fermo. Per avere conferma basta chiedere al Napoli».

Poi a chi altri i giallorossi dovranno fare attenzione?
«Al blocco dei brasiliani che giocano lì. Taison è uno che sa come muoversi in campo, Bernard ha qualità, Dentinho quando parte è difficile da fermare, Fred è quello che detta i ritmi del loro gioco. In più hanno anche Marcio Azevedo, un esterno difensivo che qualche anno fa fu nel mirino anche della Roma».

Come ti spieghi il fatto che il club ucraino abbia questa grande tradizione di brasiliani scoperti, valorizzati e poi rivenduti a peso d'oro?
«Con una struttura che funziona. Ed è questa la grande eredità che ha lasciato Lucescu. Hanno una serie di osservatori bravi in Brasile. Vanno a vedere i giovani, poi segnalano i più bravi. E loro li comprano. Ma soprattutto non hanno nessuna paura a farli giocare. Loro possono. Non è come in Italia, per esempio, dove un grande club prima di far giocare un ragazzo ci pensa mille volte. Loro no. I brasiliani vanno là, giocano, crescono, maturano, guadagnano. Funziona così. Da quelle parti hanno giocato Willian, Douglas Costa, Fwernandinho, Luiz Adriano, Alexis Tereira, tanta roba».

Brasiliani a parte, c'è qualche altro giocatore per il quale la Roma dovrà avere particolare attenzione?
«Il centravanti argentino, Facundo Ferreira. Non è un giovanissimo, ma è un giocatore fatto, sa come muoversi in campo e i compagni sanno come servirlo. Se gli lasci spazio, può farti male».

E della Roma qual è il giocatore che può fargli più male?
«Dico Dzeko, anche se in questo momento sta segnando con minore frequenza. Resta però un giocatore che fa la differenza».

Quali altri giocatori della Roma attuale ti piacciono?
«Quasi tutti. La Roma è forte. Se devo fare qualche nome, non posso che sottolineare la potenza di Nainggolan, la tecnica di Perotti che è bravissimo nell'uno contro uno, la crescita di El Sharaawy».

Che ne pensi degli attuali brasiliani della Roma?
«Su Alisson c'è poco da dire, è fortissimo. Gerson doveva ambientarsi, ha margini di crescita enormi, Juan Jesus ora ha l'esperienza giusta, a Bruno Peres dico solo che non deve arrendersi».

Le partite della Roma le hai viste?
«Se posso, non me ne perdo una. Vederla vincere il derby è stata come una gioia d'altri tempi».

Ti piace come gioca?
«Parecchio. E c'è un motivo: Di Francesco è bravo».

È stato tuo compagno nella Roma scudetto, pensavi potesse diventare un allenatore?
«Pensavo che era bravo. Lo sapevo, avevo seguito i suoi quattro anni di lavoro al Sassuolo dove ha fatto cose eccellenti».

Appuntamento allora il 13 marzo all'Olimpico?
«Ci sarò. Per tifare Roma».