Quando il gol non è un'abitudine, può diventare una piccola opera d'arte. O "semplicemente" una firma rara da apporre su qualche tabellino e tramandare ai posteri. Per dimostrare che un modo per fare le cose per bene esiste, ed è già stato sperimentato. Il gol non può essere un'abitudine per chi ha fatto delle sgroppate sulla fascia, verso l'area avversaria ma soprattutto verso la propria, uno stile di gioco. Forse anche di vita. Da terzino. È il caso di Aleksandar Kolarov da Belgrado e di Bruno Peres da SanPaolo del Brasile. Un oceano a separarele rispettive provenienze geografiche, due mondi completamente differenti, addirittura agli antipodi a un primo, superficiale sguardo. Perché poi serbi e brasiliani qualcosa in comune ce l'hanno, quantomeno in ambito calcistico: la tecnica sopraffina che permette a entrambi di dare del "tu"al pallone. E di realizzare gol belli. Belli e possibili, ovvero attuabili anche contro quelle squadre che vengono presentate dalla vulgata corrente come nettamente superiori. È il caso del Napoli nei confronti della Roma. Fino a prova contraria.