Per te, Davide. Firmato Daniele De Rossi che non ha neppure festeggiato, giusto un abbraccio puro con i suoi compagni, perché il suo cuore ancora piangeva e chissà per quanto ancora piangerà per te, Davide. Un gol per l'amico che non c'è più e per la sua Roma, quello del due a zero a tranquillzzare i battiti cardiaci della tua gente che quest'anno non sa mai con che Roma dovrà confrontarsi. Irriconoscibile nel primo tempo, un'altra nella ripresa, tre reti e pure altro, adesso testa allo Shakhtar perché martedì c'è bisogno di dare un seguito a questo momento che piano piano ci sta restituendo la Roma della prima parte della stagione.

La testa, anzi le teste hanno confezionato la rete del raddoppio. Le teste dei due amici più veri di Davide. Quella ormai senza cresta di Nainggolan a ributtare in area un pallone aereo e quella pensante del biondo di Ostia. Che, quando ha visto arrivare quel pallone, ha capito tutto prima. Si è girato sentendo più che vedendo la porta, come un attaccante che peraltro era quando era poco più di un ragazzino di belle speranze. E con il destro al volo ha messo quel pallone in porta, lasciando a Sirigu solo la possibilità di allargare le braccia e sperare, per poco, in un intervento del Var per un fuorigioco peraltro inesistente.

Se c'era un giocatore che ieri sera meritava di veder scritto il suo nome nel tabellino dei marcatori, questo era proprio Daniele De Rossi. Da domenica scorsa era entrato in un tunnel di dolore che solo chi lo ha provato può capire. Il suo amico Davide se ne era andato e Daniele aveva capito che la vita è un brivido che vola via, tutto un equilibrio sopra la follia. Ma provare a farsene una ragione è un'impresa in cui ti può aiutare soltanto il tempo che vola via. Il dolore lo aveva tenuto tutto per sè, nessuna dichiarazione, nessuna scritta su qualche social, condividendo quel dolore solo con la sua Sara.

Eppure non aveva avuto dubbi nel mettersi a disposizione di tecnico e squadra. Ha risposto presente come fa da sempre, da quando poco più che bambino mise piede a Trigoria. Neppure una distorsione alla caviglia lo aveva fermato. Voleva esserci, c'è stato, risultando decisivo con quel gol che ha tolto anche la speranza al Torino. A rivelarlo nel dopo partita ci ha pensato Di Francesco. Il tecnico, come sempre, non si è nascosto dietro le parole, ha sintetizzato in poche parole stato d'animo e scelta del suo capitano. «Cosa vuoi fare?» gli ha chiesto Di Francesco. La risposta è stata altrettanto sintetica, tre semplici parole, «io voglio giocare», per ricordare Davide, per cercare il gol da dedicare all'amico, per ribadire come, ancora oggi, a quasi trentacinque anni, sia un giocatore imprescindibile in questa Roma ombre e luci, sperando che le ombre diventino sempre meno visibili.

Forse se lo sentiva che avrebbe messo a segno il suo primo gol stagionale, quattordicesimo giocatore della rosa a realizzare in campionato una rete (mancano Bruno Peres, Juan Jesus, Gonalons, Schick che peraltro ne ha segnato uno in coppa Italia e, ovviamente, Karsdorp e Silva), un numero, quattordici, che dà il senso di una squadra. Da qualche anno, peraltro, per il biondo di Ostia è diventato un po' più complicato fare gol, complice una posizione in campo che lo vede più vicino ai suoi compagni difensori piuttosto che agli attaccanti. Ma non se ne è fatto certo un problema, il Capitano. Del resto i suoi numeri con la maglia giallorossa già sono quelli di un Hall of fame. Con quello di ieri sera è arrivato al gettone di presenza 578, 435 in campionato, 54 in coppa Italia, 89 nelle coppe europee. E i gol li ha sempre fatti perché con quel destro di ieri sera al Torino, proprio a quel Torino a cui aveva realizzato la sua prima rete in serie A (10 maggio 2003, 3-1 per i giallorossi, con il presidente Sensi felice in tribuna a chiedere, ma chi ha segnato il ragazzino?) con la maglia del suo cuore, è arrivato a cifra tonda, 60 le reti segnate, 42 in campionato, 5 in coppa Italia, 11 in Europa, più due realizzate in Supercoppa. Numeri di un campione che soltanto gli incompetenti e i disonesti non vogliono vedere.

Sono numeri che contano, per carità, ma sono quasi niente rispetto al cuore, alla personalità, all'onestà, alla leadership di questo ragazzo che ha la capacità di esaltare i valori della vita e dello sport. Lo ha dimostrato anche ieri sera, volendo andare in campo dopo la settimana probabilmente più dura della sua vita. Lo ha fatto per il suo amico Davide, per se stesso, per la sua Roma, per la sua gente che da un pezzo sa di avere un erede degno del numero dieci che ora sta seduto in tribuna i suoi ex compagni.

Sì, nessuno come De Rossi meritava un gol come lui. E se qualcuno non fosse d'accordo siamo pronti a discuterne, pure a litigarci. Perché De Rossi chi ce l'ha se lo tiene stretto.