La sindrome cinese sembra già in atto. Per carità, nulla a che vedere con la fusione del nocciolo di qualche reattore nucleare. Ma con una deflagrazione arrivata fino in Cina, sì. Se attraverso il fair play finanziario la Uefa ha ridotto i margini d'azione per la maggior parte dei club europei, in Estremo Oriente i paletti arrivano direttamente dal governo. E a differenza del Vecchio continente, da quelle parti anche i colossi economici devono sottostare alle regole.

Limitazione al numero degli stranieri; luxury tax pari al 100% del costo dei cartellini per spese superiori ai sei milioni; vincoli per le società detentrici di multiproprietà: ce n'è per tutti i gusti. Purché siano gusti autarchici. Se il calcio del futuro appartiene alla Cina (come veniva ventilato da più parti solo fino a pochi mesi fa) sarà edificato tutto entro i confini della Muraglia. L'epoca degli investimenti in stile-sceicchi sembra esaurita. Appena il tempo di annusare l'esotismo degli Oscar, degli Hulk e dei Gervinho, e il calcio cinese è già ripiegato su se stesso.

Le misure restrittive adottate nell'ultimo anno non lasciano spazio a interpretazioni. Se nell'estate 2016 gli investimenti verso l'estero si possono quantificare in 130 milioni, quelli del 2017 si sono ridotti a 28 milioni. "Colpa" della luxury tax, ma anche delle contemporanee imposizioni su stranieri e giovani. I primi sono stati ridotti da cinque a quattro, dei quali soltanto tre schierabili. Non solo: secondo le nuove regole, ad ogni straniero deve corrispondere un Under 23. La prima, immediata conseguenza è sul livello tecnico del campionato, chiaramente depauperato. La stessa tassa sul lusso, devoluta a un fondo federale destinato al calcio giovanile, non sta dando i frutti sperati: è recentissima l'eliminazione della Under 23 cinese dall'Asian Cup.

«La verità è che il governo non vede di buon occhio la fuoriuscita di ingenti capitali verso l'estero». A chiarire meglio quella che sembra a tutti gli effetti una retromarcia è Nicholas Gineprini, uno dei massimi esperti italiani di calcio asiatico e autore del libro"Il sogno cinese". Interpellato da Il Romanista, spiega: «Gli accordi di sponsorizzazione sono i soli incoraggiati dal governo. Mentre l'acquisizione di club stranieri è interpretata come una fuga di capitali, che non possono rientrare se non tramite diritti televisivi alle stelle. In alcuni casi il rischio è di riciclaggio, soprattutto per le società che fanno riferimento a capitali off-shore».

Il giro è agevolmente ipotizzabile: il primo passaggio fa tappa a Hong Kong o Macao, quello in Europa viaggia attraverso il Lussemburgo. Eppure le grandi società cinesi continuano ad acquisire club in Europa. Nell'ultimo anno, oltre al Milan, anche Parma, Southampton, Barnley, Reading, fra gli altri. «La via razionale per sfuggire alle restrizioni - rivela Gineprini - è triplice. La prima consiste nell'acquistare un club che dispone di academy con cui attuare progetti di interscambio per lo sviluppo di calciatori cinesi. La seconda riguarda le iniziative della Nuova via della Seta per lo sviluppo infrastrutturale e della cooperazione internazionale. In questa direzione va citato lo Slavia Praga, snodo cruciale per l'ingresso in Europa. La terza opzione riguarda la messa a disposizione di capitali offshore, provenienti da paradisi fiscali, come nei casi di Milan e Southampton». E l'Inter del gigante Suning? «Un colosso bloccato dal fpf e, come tutti gli altri, dalle restrizioni in patria. Ulteriori dubbi nascono anche dalla situazione debitoria dell'Inter, che lo scorso mese ha emesso un bond da 300 milioni di euro per rifinanziare il debito con Goldman Sachs contratto nel 2015. Debito totale stimato intorno ai 700 milioni». Il Dragone si è sfiatato.