Il 26 agosto 1986 è una data storica per lo sport italiano. Agli Europei di atletica di Stoccarda, i 10.000 fanno registrare una tripletta tutta azzurra: Stefano Mei oro, Alberto Cova argento, Salvatore Antibo bronzo. Eppure, per Stefano Mei, che in quegli Europei fu anche argento nei 5.000 e che fu bronzo anche 4 anni dopo a Spalato, avendo nel frattempo anche partecipato a una finale olimpica, il 1986 non è "solo" l'anno del suo titolo europeo. Lui lo associa anche alla promozione dello Spezia in C1. Già, perché per l'uomo che ha battuto Alberto Cova quando nessuno batteva Alberto Cova, e che oggi si candida alla presidenza della FIDAL, il calcio ha sempre avuto una parte importante. Non ha mai provato fastidio verso il calcio, come capita ad alcuni atleti di altri sport. «No, mai - ci conferma - Anzi, tutte le volte che mi è capitato di condividere tempo insieme a calciatori, come ad esempio alle Olimpiadi, ho sempre visto solo ed esclusivamente atleti come gli altri, che stavano lì impegnati nel loro sport, vivendolo esattamente come gli altri. È il contorno che è diverso, ma questo non dipende da loro. Il calcio è un gioco semplice e per questo è il più diffuso al mondo. Certo, i calciatori di oggi sono diversi da quelli che ho conosciuto io, ma in generale sono i giovani che sono diversi».

Non stupisce, quindi, sapere che Stefano Mei sia un grande tifoso di calcio.
«Sì, dello Spezia. Che è la mia prima squadra. In provincia capita che si consideri la squadra della propria città come la seconda squadra, ma per me non è mai stato così. A dire la verità, ho una simpatia per il Milan, ma ogni volta che abbiamo giocato con i rossoneri, mi sono sempre trovato a tifare per lo Spezia. E ciò che ti arriva da dentro, dalle viscere, non mente. Per cui, sì: sono spezzino, per nascita e per tifo».

Quindi martedì la aspettiamo a Roma?
«Ancora non lo so. Però posso dirvi, anche se non è un bel ricordo per i romanisti, che nel 2015 ero proprio al Foro Italico per una riunione della commissione atleti. A un certo punto, però, ho mollato tutto e sono corso a vedere i supplementari e i rigori. Poi sono rientrato e Giovanni Malagò si è interrotto, mi ha guardato, non ha detto nulla ma la sua espressione voleva dire "malimort..." e il resto ogni romano lo intuisce».

È stata quella la più grande soddisfazione da tifoso spezzino?
«A dire la verità è stata l'anno prima, quando, proprio in Coppa Italia, andammo in settemila tifosi spezzini a San Siro. Dico "andammo" perché c'ero anche io. Quella immagine mi ha riempito il cuore».

Un cuore spezzino in ogni categoria.
«Guardi, la mia prima partita vista allo stadio è stato uno Spezia-Genoa perso 1-0 con gol di Cini. Era il 1971. In campo c'era Spanio, che ha giocato con la Roma. E che non è il mio unico legame con la Roma...».

Altri?
«Beh, negli anni in cui ha giocato qui, c'era Luciano Spalletti ed eravamo molto amici. Lo siamo ancora, ci sentiamo ogni tanto, anche se di rado, perché poi ognuno ha preso la sua strada. Ho sempre avuto rapporti con i giocatori dello Spezia, soprattutto quando ho cominciato a fare risultati importanti nell'atletica, anche perché in una città piccola quando capitano cose del genere diventi famoso anche agli occhi di chi non sa nulla di atletica. Con Luciano ci frequentavamo, anche con le famiglie, uscivamo spesso insieme».

Spalletti sulla panchina della Roma @LaPresse

L'ha stupita vederlo diventare un allenatore così importante?
«Non potevo prevedere una carriera di così alto livello, ma posso raccontarvi che spesso mi raccontava dei suoi dialoghi con mister Sergio Carpanesi, che peraltro è uno spezzino che ha giocato tanti anni nella Roma anche lui. Era un mister con una impostazione tradizionale e Spalletti mi diceva che ogni tanto provava a dirgli che secondo lui si poteva provare a giocare in modo diverso. Sì, era decisamente predisposto. Era un leader, un calciatore importante, fisicamente fortissimo. Ho simpatizzato molto per la sua Roma, credo che con lui abbia espresso un calcio fantastico. Ricordo una partita in cui lui allenava l'Udinese, ero allo stadio con Giovanni Malagò e col suo papà Vincenzo, altro grande romanista. E parlavo loro in continuazione di quanto fosse bravo Spalletti. Guardate come ha messo questo, guardate come si muove quell'altro. A un certo punto ricordo che il papà di Giovanni si è un po' arrabbiato…».

E lo Spezia di Vincenzo Italiano le piace?
«Molto. Per certi aspetti la squadra sta ricalcando il percorso dell'anno scorso. Iniziammo con 4 punti nelle prime 7 partite, ma poi col tempo l'organizzazione di gioco si è affinata ed è arrivata la promozione. Anche adesso la squadra è in crescendo. E, soprattutto, dà l'impressione che chiunque entri in campo sappia cosa fare. A volte prende gol per errori di esecuzione, ma mai di concetto. Ogni tanto rischia, perché tiene la linea molto alta, ed è capitato di prendere gol in contropiede addirittura con l'Inter. Però è capitato anche di battere in dieci il Napoli. Bella squadra, mi piace».

Più difficile per lo Spezia battere la Roma, per l'atleta Stefano Mei battere Alberto Cova in pista, o per il dirigente Stefano Mei battere Vincenzo Parrinello nella corsa alla presidenza della Fidal?
«La terza. Nel calcio la squadra sfavorita può sempre vincere. In pista, le gambe e i piedi sono i miei. Nella corsa alla carica di presidente della Fidal, invece, non tutti i fattori si possono controllare».

Che cosa propone per l'atletica italiana?
«Ci ho già provato la volta scorsa e ho perso. Ma lo sport mi ha insegnato a imparare dalle sconfitte. In questi anni ci ho lavorato molto per ripresentarmi. In sintesi, voglio una federazione fondata sul merito, non considero minimamente alcuna cambiale elettorale, userò solo criteri oggettivi per scegliere le persone. L'atletica è così. Il metro e il cronometro sono strumenti oggettivi. E così deve essere la federazione che voglio costruire».