Pasqua di resurrezione. La Virtus Roma, infatti, non solo torna in Serie A, ma risorge a nuova vita. Questa stagione oltre a restituire alla società la categoria che le appartiene, ha restituito a tutti la vera Virtus Roma. Quella che fa gioire e soffrire, che cade e si rialza, che non è perfetta ma, appunto, vera.

Che torna al Palaeur, con una scelta antistorica, perché per una volta non si è ceduto alla tentazione delle pur innegabili difficoltà dell'impiantistica romana, ma si è fatta una scelta di grande coraggio. Ovvio che il Palasport (che resta sempre una struttura dove nessuno, nessun cantante, nessun altro sport, nessuna convention, è mai stato più volte della Virtus da quando esiste) fosse sovradimensionato per la Serie A2, ma quest'anno è sempre stato un posto dove c'è stato calore per la squadra.

L'assenza di gran parte della tifoseria organizzata ha pesato, ma chiunque c'è stato, anche se in pochi per partite infrasettimanali in orari assurdi (e pure importanti, e pure perse), hanno tifato e sofferto con la squadra. Al Palaeur in passato si sono viste partite di Eurolega con un clima molto più triste rispetto a quelle di A2 di quest'anno.

Un anno iniziato con una facile vittoria con Cassino, ma proseguito con un duro ko a Bergamo. Lì s'è capito subito che sarebbe stata dura e che forse un po' troppo frettolosamente la Virtus era stata indicata come grande favorita per la vittoria del girone. Vero, c'erano due americani fuori categoria, ma da amalgamare con un gruppo di italiani di livello ma in cui non tutti sono stati continui, anche a causa di tanti infortuni.

Quasi mai, nella prima parte della stagione, Piero Bucchi ha potuto contare su tutto il roster. Non sempre ha avuto il Moore che ricordava, anche se poi il piccolo playmaker è stato spesso decisivo. È un coach che non piace a tutti, ma che ha indubbi meriti. Ha lavorato tantissimo su Alibegovic e i frutti si sono visti nel finale, ha saputo aspettare e rilanciare giocatori nei momenti in cui sono andati in difficoltà (ad esempio Saccaggi e Santiangeli) e da cui ha avuto indietro prestazioni importanti, si è affidato molto ai due americani, ma chi non l'avrebbe fatto? Da alcune parti s'invocava un gioco più spumeggiante.

Quando ci ha provato, però, sono arrivati più disastri che altro. Le vittorie sono comunque arrivate, spesso anche in rimonta. Non sono mancati i rovesci clamorosi (Cassino, Rieti e non solo) ma ci si è sempre rialzati. Conquistata la vetta alla settima giornata vincendo a Capo d'Orlando, la Virtus è stata comunque la più continua nei primi posti. All'inizio l'avversario principale sembrava Bergamo, poi Rieti, infine Capo d'Orlando. Roma però c'è sempre stata e questo rende la promozione più che meritata.

Fa ridere sentir dire che bisogna ringraziare l'esclusione dal campionato di Siena, che a Roma ancora deve due scudetti.  Lo sanno bene quei tifosi che non l'hanno mai abbandonata, neanche nei tre anni precedenti in cui il risultato sportivo non contava nulla. Anni bui che hanno però dimostrato il vero motivo per cui la Virtus è l'unica realtà sportiva della capitale non calcistica di alto livello che da 40 anni (nel 1980 ci fu la promozione in Serie A1) c'è sempre stata.

Perché genera emozioni che sono il suo vero patrimonio. In realtà, infatti, non è una Pasqua di resurrezione, perché la Virtus non era morta. Finché ci sarà qualcuno pronto a raccontare una storia di passione, inventare un coro, disegnare una bandiera, portare un figlio o tirare per la giacchetta un genitore al Palaeur per vederla, ci sarà sempre. In Serie A. Se ne ricordi, chi ora deciderà il suo futuro.