Serenità. È questa la sensazione che quei due grandi occhi azzurri hanno trasmesso sabato scorso a chi ha incontrato Francesco Messori al TEDxLuiss. La sua è una di quelle storie che meritano un grandissimo plauso, una di quelle che non ti stanchi mai di ascoltare e che permette di vedere la propria vita da una prospettiva diversa, più umile, più umana, più forte. Francesco è nato senza la gamba destra, ma questo per lui non è mai stato un limite. È stata la spinta a realizzare qualcosa di nuovo, di grande, di diverso come la Nazionale Italiana calcio amputati, di cui è fondatore.

La passione per il calcio l'ha sempre avuta, la determinazione e la voglia di non rinunciare ai suoi sogni, nonostante le difficoltà, anche. La squadra ha già partecipato al Campionato Mondiale nel 2014 e agli Europei nel 2017, qualificandosi per il Mondiale 2018. Sabato Francesco era lì, all'università Luiss Guido Carli di Roma, per partecipare a una delle conferenze di carattere internazionale più famosa di sempre, il TEDx, il cui tema era "Upside Down", cioè il mondo sottosopra. Sul palco si sono avvicendati una serie di speakers che, nel loro campo, hanno portato idee, esperienze di vita, consigli ad un grande pubblico di giovani, raccontando loro qualcosa di innovativo, mettendoli nella condizione di vedere il mondo da un punto di vista nuovo, diverso. Francesco ha raccontato la sua vita, la sua storia, fonte di insegnamento da tenere bene a mente oltre che di riflessione. Ci siamo seduti nella Green room e, come se ci conoscessimo da sempre, abbiamo fatto due chiacchiere.

Francesco, sei orgoglioso di essere uno degli speakers di questo TEDxLuiss? Di cosa parlerai?

«Di sicuro per me è un grande onore essere qui. Vengo da Correggio, in provincia di Reggio Emilia, e per un esterno venire qui non è cosa da tutti i giorni. Quindi ringrazio chi mi ha dato questa opportunità. Oggi parlerò di come, nonostante io sia nato senza una gamba, sono riuscito a coronare il mio sogno, quello di giocare a calcio. Non ero abbastanza soddisfatto di giocare insieme a ragazzi con due gambe, il mio sogno era quello di giocare con una squadra di ragazzi come me, con le stampelle. Tramite Facebook, dato che in Italia non esisteva niente, soltanto all'estero, sono riuscito a creare un gruppo dove nel giro di un anno ho raccolto varie adesioni da parte di altri ragazzi con i quali poi siamo riusciti a creare la Nazionale Italiana calcio amputati della quale sono diventato fondatore-capitano».

Una vittoria personale non da poco. Adesso il prossimo obiettivo è portare la Nazionale Italiana calcio amputati alla paralimpiadi.

«Esatto. Ho sempre giocato con i normodotati, ma non potevo giocare nelle competizioni ufficiali perché le stampelle me lo impedivano, erano considerate pericolose. Poi è intervenuto nel 2012 il Csi, centro sportivo italiano, che ha cambiato le regole a mio favore, mi ha tesserato, facendomi diventare il primo ragazzo con le stampelle in Italia a giocare a calcio nelle competizioni ufficiali con una squadra di normodotati. Però non ero del tutto soddisfatto, non mi divertivo abbastanza. E quindi ho creato questo gruppo su Facebook. Di sicuro devo ringraziare i miei genitori perché, nonostante io sia nato senza una gamba, non mi hanno mai nascosto, anzi sono stati sempre in grado di mettermi in luce e di lasciarmi seguire le mie passioni, ovviamente nei limiti del possibile. Poi, l'anno scorso la nostra Nazionale, nata sotto il Csi, è passata sotto la Fispes, Federazione Italiana Sport Paralimpici e Sperimentali. Il nostro per ora è uno sport sperimentale ma chissà, magari un domani diventerà paralimpico. Speriamo».

Fino a undici anni avevi una protesi alla gamba, giocavi con quella. Poi hai deciso di toglierla, perché?

«La protesi non faceva per me. Dato che ero nato così, non la sentivo come qualcosa che facesse parte di me. Non ne avevo bisogno per sentirmi già quello che ero e poi mi limitava in molti movimenti che con le stampelle invece riuscivo a compiere. Così ho deciso di toglierla e di giocare con le stampelle, come sapevo fare meglio e come soprattutto mi sentivo me stesso».

Quali sono le differenze a livello tecnico tra il vostro calcio e quello dei normodotati?

«Ci sono alcune regole che cambiano. Giochiamo a sette e non a undici, sei più il portiere. Ovviamente giochiamo in un campo ristretto, che è 60x40, con le porte su misura. Poi i giocatori in campo devono essere amputati ad un arto inferiore e usare esclusivamente le stampelle, nessun tipo di protesi. Mentre i portieri devono essere amputati a un braccio, perché loro parano con una sola mano, dato che noi calciamo con una sola gamba. Loro però ovviamente devono avere le due gambe. Noi in campo dobbiamo stare attenti a non toccare la palla con le stampelle perché altrimenti sarebbe fallo di mano. Non c'è fuorigioco. E una cosa importante è che il portiere non può uscire dalla propria area perché altrimenti, avendo le due gambe, sarebbe avvantaggiato nei nostri confronti e quindi verrebbe ammonito, in alcuni casi espulso, con conseguente calcio di punizione. Poi, le rimesse laterali le battiamo con i piedi perché tra le mani abbiamo le stampelle».

Il vostro allenamento com'è strutturato?

«Ci alleniamo come una squadra normale, ovviamente con i nostri limiti e con le nostre caratteristiche, soprattutto a livello di velocità. Però facciamo tutto quello che farebbe una squadra professionistica, cosa che noi non siamo. Per ora giochiamo soltanto per passione. Ci incontriamo una volta al mese per il ritiro, e per il resto ognuno si allena per conto proprio».

In tutto questo, che squadra tifi?

«Nessuna del campionato italiano. Tifo Barcellona. Sono da sempre innamorato del loro gioco e soprattutto di Leo Messi, l'ho incontrato due volte…»

E com'è andata?

«L'incontro più particolare è stato nel 2014 quando dopo una partita al Camp Nou siamo scesi nei sotterranei e mi sono fatto fare l'autografo sul braccio che poi mi sono fatto tatuare. Eccolo.»

Tra l'altro Messi è anche nel titolo del tuo libro, uscito quest'anno.

«Si intitola "Mi chiamano Messi". È un libro sulla mia storia che mi è stato proposto dalla casa editrice Aliberti di Reggio Emilia. Mi sono raccontato a questa scrittrice che è poi diventata co-autrice perché ha scritto lei la storia in prima persona. È vero che mi chiamano Messi, un po' per la mia passione verso il campione, un po' perché fin da piccolo dicevo che ero mancino come lui e poi perché c'è questa assonanza tra il suo cognome e il mio…Messi, Messori»