El paso veloce. Dal Texas a Tokyo, in nove secondi e ottanta centesimi. Marcell Jacobs. Un italiano campione olimpico dei 100 metri. Non so se è più incredibile averlo visto o poterne scrivere. È la più grande impresa della storia dello sport italiano. Livio Berruti a Roma, Yuri Chechi ad Atlanta, la staffetta di Lillehammer o chi volete voi, vengono tutti dietro. Tutto il mondo sta dietro a Marcell Jacobs, perché nessuno è più veloce di lui. Anzi, l'unico che è riuscito ad abbracciarlo è Gianmarco Tamberi, oro nel salto in alto in questi Giochi al contrario dove l'Italia non vince nella scherma ma vince due ori in 14 minuti nell'atletica leggera. Forse non è vero.

E invece è vero. E proprio Marcell Jacobs ci insegna che non bisogna mai avere paura di guardare in faccia la verità. Ha iniziato a parlarne lui qualche mese fa, dopo aver vinto gli Europei indoor nei 60 metri. Si è guardato indietro. Ora guarda avanti. Il blocco di partenza non c'è più, è solo quello dal quale, l'avrete notato, era l'unico dei finalisti a guardare avanti e non per terra. Ed è stato l'unico a capire che c'era stata una falsa partenza, come ce l'ha avuta la sua vita. La storia la sapete, è quella del rapporto col padre, che ha cercato con una lettera e con cui ora si scrive. Ha smesso di correre per dimostrare qualcosa a qualcuno, compreso se stesso. Ha iniziato a correre e basta. Più leggero, ha potuto iniziare la scalata. Un grattacielo di 100 piani.

Ha dovuto scalarlo anche Tamberi, che leggero lo è sempre stato e che è sempre stato seguito dal padre nella vita e nella carriera. Ma nel giorno in cui ha iniziato a portare il peso del gesso dopo l'operazione al tendine di Achille ha scritto su quel gesso "Tokyo". E il gesso ieri stava lì con lui. Due metri e trentasette sono un grattacielo, se (ri)cominci da terra. Senza la barba a metà, nel giorno in cui è diventato un campione completo. Come lo è l'oro pari merito con Barshim. Equo, non ex aequo. Anzi, di più: giusto, bello.

Il bello vince sempre, nello sport, se hai il coraggio di guardare il brutto. Che può avere la forma dell'ombra di un padre o di un blocco di gesso. E allora che fai? Non ti fai più la barba a metà, guardi tutto te stesso. Guardi avanti, mentre gli altri guardano giù. E se manca qualcosa, ce lo metti tu. Lo insegna lo sport, che andrebbe sempre considerato una cosa importante, perché insegna la vita. Anche in nove secondi e ottanta centesimi.