Il 22 settembre 2000, a otto giorni dall'inizio del campionato la squadra di Capello viene eliminata dalla Coppa Italia dall'Atalanta, agli ottavi di finale, in pratica al primo turno per i giallorossi. L'ambiente è inferocito dopo il 4-2 subito a Bergamo dai nerazzurri che segue l'altrettanto insufficiente partita dell'Olimpico all'andata, finita in parità 1-1. La contestazione è durissima, c'è uno scudetto sulle maglie sbagliate che va scucito e l'inizio di stagione agli ordini di Don Fabio non è stato dei più felici. Non c'è tempo e bisogna voltare subito pagina. Domenica 1 ottobre 2000 comincia il campionato. Sì, il primo ottobre, non siamo più abituati. Alle ore 15, tempi che furono. Lo stadio Olimpico è gremito, 60 mila spettatori circa per assistere all'incontro con il Bologna di Guidolin. Batistuta non sta bene, ma alla fine vuole esserci, alla fine è Montella che si accomoda in panchina, c'è Delvecchio infatti dall'inizio. Nel Bologna, maglia numero 15, c'è anche Tonetto, futuro esterno sinistro della prima Roma spallettiana, e Niccolò Galli, figlio dell'ex portiere Giovanni, che esordisce in serie A proprio quel giorno e che pochi mesi dopo, nel febbraio 2001, morirà tragicamente in un incidente stradale a soli 17 anni. La squadra di Capello non parte benissimo, il Bologna detiene il possesso palla (a fine primo tempo 66%). Al 28' spinta di Dal Canto su Super Marco, ma l'arbitro Farina sorvola. Poi ancora Bologna e l'Olimpico inizia a mugugnare, con l'accenno di qualche fischio. Fino ai minuti di recupero del primo tempo, quando la Roma è richiamata all'ordine dal suo capitano. Testa e cuore. Testa soprattutto, all'atto pratico. Perché dalla destra c'è un calcio di punizione affidato a Marcos Assuncao, uno che sa metterla dove vuole la palla, da fermo. L'area di rigore è in fermento, c'è il classico ballo dei duellanti delle marcature. Il brasiliano calcia la palla in mezzo, al limite dell'area piccola, con un gesto tecnico non troppo comune nel suo repertorio («voglio migliorare nel colpo di testa», dichiara ogni tanto il giovane capitano della Roma nelle interviste). Al centro dell'area Batistuta scalpita, dalla foga frana dietro a Totti che si sta facendo largo tra Olive, che l'ha "martoriato" dal primo minuto, e Castellini. Schiacciata. Pagliuca, mica uno qualunque, rimane impietrito, il colpo di testa è preciso, sul palo più lontano, neanche un accenno di tuffo per il portiere rossoblù. La palla scende potente e veloce, rimbalza subito dopo la linea di porta e si deposita nell'angolo della rete.

Lo stadio esplode, è una liberazione. Il Capitano inizia a correre verso la bandierina che separa i distinti Sud dalla Monte Mario, uno sguardo alla sua curva e l'istinto naturale è prendere con due mani la maglia e baciarla. Totti al bacio. Non si ferma e corre ancora verso il calcio d'angolo e improvvisa un balletto sulla bandierina prima di essere sommerso dall'abbraccio dei compagni: Zago, Batistuta, Candela, Assuncao. Il bimbo de oro ha rotto il ghiaccio. Ancora in gol nella partita d'apertura del campionato, ma soprattutto ancora protagonista. «Non abbiamo giocato una grande partita, ma stavolta il successo era un obiettivo imperdibile. Siamo andati in campo un po' intimoriti dopo le contestazioni, ma pian piano ci siamo ripresi. Nel secondo tempo però abbiamo legittimato una vittoria tutto sommato meritata», dirà a fine gara. Nella ripresa, infatti, la Roma si ripresenta concentrata, pimpante e pronta a chiudere i conti. Totti e Delvecchio tengono Pagliuca impegnato, al 15' ancora Dal Canto trattiene Batistuta ma nessuno ci fa troppo caso. Il raddoppio che chiude la partita però è maturo e arriva al 17': Castellini e Pagliuca si scontrano per intercettare un cross di Cafu, il difensore tocca per ultimo il pallone che rotola verso porta. Verso l'autorete. Si avventa come se non ci fosse un domani verso il pallone Gabriel Omar Batistuta. La fame. Il gol è cosa fatta eppure lui cerca in tutti i modi di toccare quella palla che sta andando in porta. La fame, la mentalità. Tutti accorrono verso il Re Leone, lo festeggiano. Sarà lui, con quella fame lì, a tagliare, anzi a sforbiciare, da quelle maglie sbagliate un pezzo di scudetto, o meglio di "scucetto" romanista.