Un emissario volato in Sudamerica con il preciso obiettivo di acquistare il Prescelto. Un presidente paulista che conosceva soltanto l'odore dei soldi. Un inseguimento durato quaranta giorni. Una firma del Prescelto su un precontratto, scarabocchiata in Colombia durante il Mondiale under venti, anno 2011. Un accordo trovato con il SanPaolo, proprietario del cartellino, per una cifra di poco inferiore ai quindici milioni di dollari. Una cena con il Prescelto per il brindisi che doveva essere finale in un ristorante da puzza sotto il naso di San Paolo del Brasile. Un appuntamento fissato per la mattina dopo per chiudere tutto. Un appuntamento disertato dal Prescelto. Una telefonata da Roma per riferire che il protagonista non si sarebbe presentato. Con l'emissario romanista che non voleva credere alle parole che stava ascoltando.

La proprietà americana

Così Miralem Pjanic è diventato un calciatore della Roma. Può sembrare strano, ma è andata proprio così. Perché il protagonista in questione è il brasiliano Carlos Enrique Casemiro. Per tutti più semplicemente Casemiro. Quello, giusto per i più distratti, che ora è un intoccabile con la camiseta blanca del Real Madrid. Quello, per intenderci ancora meglio, che ha realizzato il gol del due a uno alla Juventus nell'ultima finale di Champions League, la rete che di fatto ha chiuso gioco, partita e Coppa. Dopo ci sarebbero stati anche il terzo e quarto gol dei madridisti, ma la Champions per l'undicesima volta aveva già preso la direzione di Madrid. Grazie a Casemiro.

Correva il primo anno della nuova proprietà a stelle e strisce. Gli americani erano sbarcati a Trigoria. Nessun tappeto rosso ad accoglierli, accompagnati solo da colpevoli nostalgie e una diffidenza quasi generale. I conti economici erano da sistemare. Ma c'era soprattutto da rifare la Roma. Quella ereditata, più o meno era arrivata alla fine di un ciclo che aveva portato in bacheca due Coppe Italia, una Supercoppa e un paio di rimpianti scudetto che qualsiasi tifoso della Roma sente ancora sulla pelle.

E allora ciao Montella che si era seduto in panchina pochi mesi prima, promosso in prima squadra direttamente dai Giovanissimi. Ciao Vucinic, Menez, Riise. Totti e De Rossi non si toccano, ricostruiamo la Roma. Per rifarla era stato chiamato nel ruolo di direttore generale Franco Baldini che all'epoca era ancora nell'ombra, che poi tanta ombra non era, alle prese con la scelta della miglior strategia d'uscita dal ruolo di dirigente della nazionale inglese. Fu lui comunque a votare Walter Sabatini come direttore sportivo, funambolico conoscitore di calcio e calciatori, affabulatore e fumatore. Ne arrivarono una vagonata di giocatori in quel primo mercato born in the Usa. Il talento di Lamela il fiore all'occhiello, la follia di Osvaldo come attaccante da affiancare a Totti. Poi Stekelenburg, Heinze, Kiaer, Josè Angel, Gago, Bojan, Borini. Nessuno fu un successo.

Obiettivo centrocampista

All'appello mancava ancora un centrocampista. Uno in grado, insieme a Daniele De Rossi, di costruire gioco, dettare tempi, disegnare geometrie, garantire idee, qualità, fisicità, salto di qualità. Sabatini nei mesi precedenti, spinto dalla sua bulimia calcistica, aveva seguito Casemiro con crescente interesse. Lo aveva visto giocare nel Sudamericano under 20, vinto dal Brasile. Se ne era innamorato. Per un fisico che metteva paura. Per una personalità che gli consentiva di giocare sempre con un sorriso quasi strafottente stampato in faccia. Per una leadership naturale. Tutte doti che ne facevano, alla sua età, diciannove anni, un prospetto su cui puntare a occhi chiusi.

Lo voglio, subito, disse ai suoi più stretti collaboratori il direttore sportivo giallorosso. Consapevole come di fronte a un talento del genere, il tempo fosse un fattore determinante per non rischiare di doversi fare da parte di fronte a una concorrenza più ricca e prestigiosa che poteva materializzarsi da un momento all'altro. Si pianificò la strategia per arrivare a prendere il Prescelto. La scelta fu di evitare che partisse per il Brasile qualcuno griffato sfacciatamente Roma. L'obiettivo sarebbe stato scoperto troppo in fretta. La segretezza in questi casi può essere il fattore decisivo per arrivare a dama. Meglio emettere il biglietto aereo per San Paolo a nome di qualcuno che non fosse direttamente ricollegabile alla società giallorossa. Meglio ancora, poi, se quel qualcuno volasse in Brasile con una certa regolarità per questioni comunque legate al suo lavoro. Sarebbe stato più difficile capire il reale motivo di quel viaggio. La scelta cadde su Roberto Calenda, ottimi rapporti con Trigoria, ex buon giocatore di basket, un omone che è sempre meglio averlo come amico, da anni procuratore con un filo diretto nel paese del samba. Lo stesso che poi, qualche anno più tardi, avrebbe consentito alla società di acquistare un baby come Marquinhos per una cifra inferiore ai cinque milioni di euro, trasformatisi in oltre trenta appena dodici mesi dopo quando fu acquistato dal Paris Saint Germain. Lo stesso, pure, che riuscì a portare in giallorosso un campione come Maicon. Oggi nella sua scuderia può vantare Juan Jesus che, partita dopo partita, sta dimostrando che i fischi con cui è stato accolto magari si potevano evitare.

Vai e prendi il Prescelto

Vai e torna con Casemiro. Fu questo l'input con cui Roberto Calenda si imbarcò alla volta del Brasile. Dove, peraltro, una volta arrivato, riuscì ad avviare soltanto i contatti con la dirigenza del San Paolo. In particolare con il presidente Juvencio Juvenal, un nome, se non altro per una somiglianza acustica, provate a dirlo ad alta voce, che non garantiva niente di buono. Toccate con mano le difficoltà di trovare un accordo, la richiesta era sempre più alta, Calenda, d'accordo con Sabatini, decise di passare alla seconda fase della strategia d'acquisto. Convincere il giocatore. Ci fosse riuscito, la strada a quel punto sarebbe stata soltanto in discesa. Solo che Casemiro e il suo sorriso, in quei giorni si erano trasferiti in Colombia per partecipare al Mondiale under venti a cui il Brasile si erano qualificato vincendo da favorito il Sudamericano. Inevitabile presentarsi in un'agenzia di viaggi. Volo diretto per Bogotà. Appuntamento nel ritiro della baby Selecao. Erano i primi giorni di agosto, il Brasile giocava e vinceva, Calenda corteggiava Casemiro per convincerlo che il trasferimento alla Roma per lui sarebbe stato quello perfetto per dare contorni da grande protagonista alla sua ancora giovane carriera. In quel Brasile ce ne erano parecchi di giocatori di talento, oltre al Prescelto. Coutinho, Willian, Oscar, Henrique, Danilo, Fernando. Tanta roba, basta vedere ora che palcoscenici frequentano. E c'era pure un altro giocatore che oggi veste la maglia giallorossa: Juan Jesus che all'epoca era considerato il difensore centrale alla sua età più forte al mondo. In quel Mondiale, giusto per dare un'altra considerazione, nell'Argentina c'era un certo Juan Manuel Iturbe, sì, proprio quello che da queste parti non è che abbia lasciato ricordi indelebili.

Missione sabatiniana

Calenda, però, aveva una missione sabatiniana. Aveva occhi e parole soltanto per il Prescelto. L'opera di convincimento andò avanti per un paio di settimane, giorno dopo giorno, promessa dopo promessa, rilancio dopo rilancio. Fino a quando, il giorno prima della finale che il Brasile poi avrebbe vinto contro il Portogallo, Casemiro forse pure perché non ne poteva più di quell'italiano che gli parlava sempre e solo di Roma e della Roma, disse sì. Firmò un precontratto, stretta di mano, baci e abbracci. Con l'accordo che una volta tornati a casa, i due si sarebbero presentati dal presidente del San Paolo per convincerlo a mettere anche la sua firma. Quella che mancava per chiudere l'affare. Calenda però sapeva che a quel presidente con nome e cognome che facevano pensare alla Juventus, non sarebbe stato semplice fargli dire sì. La chiacchierata non fu una passeggiata di salute. Ma alla fine, in cambio di quindici milioni di dollari, Juvenal cedette.

Calenda era al settimo cielo. Aveva raggiunto il suo obiettivo. Telefonò a Sabatini per dargli la buona notizia, anticipandogli che il giorno dopo si sarebbe presentato nella sede del San Paolo per ratificare il tutto. Attaccato il telefono, chiamò poi Casemiro, invitandolo a cena in un noto ristorante dell'immensa metropoli paulista. Fu una cena piuttosto costosa, ma sembrava la degna conclusione di una vicenda che era durata una quarantina di giorni. Dopo l'ultimo brindisi, i due si salutarono dandosi appuntamento per il giorno successivo nella sede del San Paolo. L'orario fissato erano le undici di mattina. Calenda era euforico. Arrivò un quarto d'ora prima dell'orario fissato. L'attesa nei primi minuti non fu certo preoccupata, era lui che stava in anticipo. Poi, però, undici e un quarto, undici e trenta, pochi minuti a mezzogiorno. Cosa stava succedendo? La risposta arrivò con una telefonata. Non era Casemiro. Il numero era italiano e lo conosceva bene. Era quello di Sabatini. «Roberto, ma che succede? Qui in Italia i siti internet hanno appena scritto che Casemiro ha rinnovato il contratto con il San Paolo». A Calenda gli si gelò il sangue. Il giocatore gli aveva dato buca e aveva sfruttato il corteggiamento della Roma per farsi dare dal suo club un sostanzioso ritocco dell'ingaggio. Volarono parole pesanti tra l'emissario romanista e il giocatore. Ma l'affare ormai era saltato.

Mancavano pochi giorni alla chiusura del mercato e la nuova Roma americana era ancora alla ricerca del centrocampista di qualità quello che ancora serviva per completare una rosa che poi, comunque, non si dimostrò all'altezza. Sabatini che ha sempre lavorato su più di un obiettivo, ci mise poche ore a ristabilire i contatti con il Lione. Pjanic era l'opzione preferita a quel punto. Trattativa lampo con il presidente Aulas. Così il bosniaco proprio nelle ultime ore di mercato di quell'anno diventò un giocatore della Roma in cambio di undici milioni di euro. Casemiro continuò a giocare per un anno a casa sua. Poi si presentò il Real e se lo portò a Madrid. Ambientamento complesso per lui in Europa, ma dopo un paio di stagioni nel Real B e in Portogallo, il brasiliano è tornato quello che aveva fatto innamorare Sabatini. Un campione. Se fosse sbarcato alla Roma, ci saremmo pure risparmiati il trasferimento del bosniaco alla Juventus. Cosa che, clausola o non clausola, certo non ci ha fatto piacere.