A chi piacciono i numeri, snoccioliamo la sinfonia romanista in Europa: nove partite, sette vittorie, un pareggio 0-0 e una sconfitta, a Sofia, all'ultima partita del girone con la qualificazione abbondantemente raggiunta e la squadra schierata in campo con titolari Boer, Fazio, Jesus, Milanese e Bamba (nessuno di questi è in Lista A di Europa League), 21 gol segnati, 6 subiti (di cui tre appunto a Sofia), cinque clean sheet (e altri cinque sono quelli in assoluto nelle ultime otto gare). Di più: guardando al dato assoluto delle partite terminate senza subire reti, basti ricordare che sono state 11 in tutta la scorsa stagione (su 49 partite giocate, circa il 22%) e che sono già 14 adesso, su 36 gare disputate (circa il 40%).

Nel nome della rosa

Certo, si dirà che è l'Europa League, si dirà che le avversarie non sono state di alto livello o che lo Shakhtar è stato ingenuo a giocare con la difesa così alta (perché di più appropriato di una squadra che ha eliminato l'Inter dalla Champions League dopo aver battuto due volte il Real Madrid non si può dire), si dirà qualsiasi cosa perché ogni cosa è lecita nel calcio, tanto a nessuno poi si chiede di argomentare le tesi: ma per negare il grandissimo lavoro che è stato fatto quest'anno da Fonseca e dai suoi ragazzi bisogna essere calcisticamente ignoranti, o in malafede. Basti un dato, prima di entrare nel dettaglio dell'ennesima bella partita: dell'ampia rosa a disposizione dell'allenatore portoghese si diceva che era numericamente ben provvista, ma che mancava di qualità (o, per meglio dire, di competitività per restare su grandi livelli) in almeno due reparti su tre. Eppure adesso in porta è stato completamente recuperato Pau Lopez (a cui il portoghese ha ridato fiducia quando tutti gli osservatori premevano per la conferma di Mirante), al centro della difesa ci si può permettere di affrontare gli ottavi di Europa League rinunciando a Smalling e Ibanez per sfruttare la superiore intelligenza tattica di Cristante, lo spunto di Mancini (al quinto gol di testa: superato anche Cristiano Ronaldo, nessuno meglio di lui in Italia) e l'applicazione di Kumbulla; a centrocampo l'assenza di Veretout è stata finora felicemente assorbita dalle diverse combinazioni assortite da Fonseca, l'ultima delle quali è stata l'invenzione del doppio regista Villar e Diawara (già visti in casa col Braga), per tenere Cristante basso e Pellegrini più alto, mentre sulle fasce Karsdorp e Peres erano stati considerati insopportabili fardelli residuali e Spinazzola una riserva non in grado di affrontare in buone condizioni un'intera stagione.

E davanti l'unico argomento condiviso dagli osservatori riguardava l'indispensabilità di Dzeko: e invece la Roma ha messo il turbo da quando in pratica il portoghese ha chiesto al bosniaco di fermarsi a meditare sull'opportunità delle sue ribellioni. Da allora, dall'eliminazione con lo Spezia in Coppa Italia, sono state giocate undici partite, con otto vittorie (solo in due delle quali Edin è stato titolare, entrambe col Braga), un pareggio a Benevento e due sconfitte con Juventus e Milan. E ora che Dzeko sta per tornare in campo siamo sicuri che avrà un altro spirito e i muscoli più riposati. E ne gioverà sicuramente la squadra.

La miglior difesa è l'attacco

Mai motto fu più appropriato, se si valuta la Roma di Fonseca. Ci sono diversi modi per esprimere la propria filosofia offensiva e all'allenatore portoghese ne mancava uno. E cioè quello di affrontare alcune partite valutando esattamente pregi e difetti delle avversarie e regolandosi di conseguenza, senza rinunciare evidentemente alla propria identità offensiva, ma rapportandola alle necessità del momento. L'ultimo sprint Fonseca l'ha garantito proprio quando - parole sue - la Roma ha migliorato l'uscita delle sue azioni riducendo in maniera significativa il margine di rischio. La partita col Milan è stata quella decisiva in questo senso. Dopo aver perso quella sfida non perché dominati dagli avversari, ma per gli ingenui atteggiamenti dei calciatori sulle pressioni dei rossoneri, il tecnico ha capito che avrebbe dovuto limare qualcos'altro per evitare che un risultato ingeneroso penalizzasse il suo bel progetto tattico. La partita con lo Shakhtar in questo senso è stato un piccolo capolavoro. Badate bene, non si tratta di aver stravolto la propria idea come ha fatto ad esempio Pirlo proprio contro la Roma, abbassando il proprio baricentro fino alla propria area di rigore per agire esclusivamente di rimessa affidando l'esito delle poche sortite offensive all'estro individuale dei propri attaccanti, ma di modellare la propria mentalità anche sui difetti degli avversari.

Lo Shakhtar in questo senso è una squadra modernissima ma ingenua, un po' come lo era quella di Fonseca quando affrontò la Roma di Di Francesco. Allora il mancato tempismo delle risalite su palla scoperta espose la linea difensiva ai lanci improvvisi dei centrocampisti giallorossi e su un'azione scientificamente preparata nacque il gol decisivo di Dzeko su perfetto assist di Strootman. E anche stavolta Fonseca, che come ha umilmente ricordato in conferenza stampa non ha ancora finito di imparare le malizie tattiche del calcio italiano, ha capito che senza punti di riferimenti offensivi, con l'aggressione sistematica degli esterni sulle uscite dei loro terzini, sugli attacchi centrali dopo combinazione in fascia, avrebbe trovato terreno fertile per l'ispirazione offensiva dei propri talenti. Così ha battuto lo Shakhtar in maniera incontrovertibile nonostante il superiore possesso palla (ma quasi mai incisivo) degli avversari, nonostante un numero limitato di azioni offensive, nonostante il dato quasi equilibrato degli expected gol, nonostante il baricentro più o meno simile. Insomma, la Roma ha fatto con lo Shakhtar quello che in queste due stagioni qualche volta altre squadre più smaliziate hanno fatto con la Roma.

Quella ricchezza in più

Adesso però di questa maggior consapevolezza bisognerà farne buon uso. È sempre una tentazione per gli allenatori quella di lavorare sugli ultimi buoni risultati ottenuti, col rischio magari di spersonalizzare la propria identità. Dev'essere chiaro - e lo hanno capito quest'anno una volta di più Inter e Juventus - che per emergere soprattutto in Europa ad altissimi livelli c'è solo una strada da percorrere ed è quello del calcio offensivo. L'eccesso di tatticismo può portare a un risultato prestigioso, ma alla lunga toglie sempre qualcosa. Lunga vita a mister Fonseca, dunque, e viva la Roma che va all'attacco.