Si sono dimezzate le possibilità per la Roma di raggiungere un titolo al primo anno nella gestione di Mourinho. Con l'eliminazione dalla Coppa Italia per mano dell'Inter resta adesso solo la Conference League il traguardo da puntare per interrompere un digiuno che dura ormai da quasi 14 anni. Il cammino in coppa è stato pressappoco come quello di Fonseca al suo primo anno: allora qualificazioni agli ottavi contro il Parma, eliminazione in casa della Juve ai quarti senza colpo ferire. Quest'anno il primo turno è stato superato con il Lecce, poi l'ostacolo Inter si è rivelato troppo alto per questa Roma. Stavolta però, come abbiamo rilevato in sede di commento di partita, non è stato l'aspetto tattico a penalizzare la squadra giallorossa. Se dopo la partita di andata in campionato gli appunti più critici si erano indirizzati proprio sull'atteggiamento timido e remissivo della Roma con l'enorme spazio lasciato all'impostazione dei tre centrali - con la pressione sul regista portata da uno dei due attaccanti, con la conseguente eccessiva libertà lasciata proprio ai difensori in impostazione e con la mancanza del piano B rispetto quello principale di attendere e ripartire in contropiede - stavolta la Roma è stata assai più coraggiosa ed aggressiva. Mourinho aveva pensato di giocarsela con un po' di spudoratezza, tenendo i due attaccanti sui tre centrali e alzando Mkhitaryan ora su Brozovic, ora addirittura sul centrale libero, quando con il dinamismo Zaniolo ed Abraham non riuscivano a coprirli tutti e tre. C'è da dire, però, che Inzaghi e il suo staff preparano perfettamente le partite dal punto di vista tattico, e questa non è certo una novità per chi segue da tempo il campionato italiano. Così soprattutto nel primo tempo nerazzurri sono sempre riusciti a uscire nonostante le pressioni alte dei giallorossi, proprio grazie ai meccanismi ormai rodati di sviluppo e rotazione grazie ai quali la capacità tecnica dei giocatori viene sempre esaltata, cosa che purtroppo non succede con la Roma.

Tutti gli errori possibili

I numeri parlano chiaro: la percentuale di tiri in porta rispetto a quelli effettivamente scagliati è stata imbarazzante, il 10% secondo i dati della Lega. Ma anche senza il conforto della statistica, basta chiudere gli occhi e ripensare agli errori commessi da Ibañez in apertura di partita (da subito: dal suo lancio sbagliato già nel concetto, Perisic ha trovato l'impulso per superare Karsdorp anche grazie alla sponda di Sanchez e servire Dzeko, a sua volta abbandonato da Smalling). Pensiamo allo stesso difensore inglese, impegnato ad un certo punto in un rovinoso passaggio indietro finito da metà campo direttamente in calcio d'angolo. Pensiamo allo stesso Ibañez che dopo pochi minuti è andato a prendere per il collo D'Ambrosio dopo essersi dimenticato del pallone proprio al limite dell'aria, rischiando di commettere un clamoroso rigore. Ma pensiamo appunto anche alle conclusioni sempre sballate, alla scarsa precisione degli attaccanti, ai tiri mosci di Zaniolo, ai mancati fraseggi a centrocampo, all'incapacità di uscire puliti con la costruzione dal basso. Insomma contro i campioni d'Italia la differenza è emersa in tutta la sua implacabile severità. Oggi tra Inter e Roma c'è almeno una categoria di differenza e lo scontro diretto lo ha evidenziato in maniera definitiva.

Quelle mani a sbracciare

Se poi vogliamo analizzare nel dettaglio le modalità con cui le pressioni sono state organizzate, non possiamo non rilevare tutte le volte in cui Zaniolo e Abraham si sono lamentati in maniera evidente della mancata collaborazione dei loro compagni proprio nel ridurre lo spazio delle giocate degli avversari. Non avevano il fumetto disegnato sopra a far capire i loro pensieri, ma lo si poteva leggere chiaramente: «Abbiamo deciso di pressare alto e noi ci lanciamo sui centrali. Ma perché ci fate correre da un difensore all'altro e poi non ci date assistenza?». È un giochino semplice da capire: se i centrali (dell'Inter) sono tre e gli attaccanti (della Roma) due, o si fa il torello (perché con il retropassaggio a Handanovic diventano quattro le sponde possibili) oppure si prova a indirizzare la pressione, cosa che la Roma però faceva male anche perché gli interisti sono dotati di discrete doti tecniche e i due "braccetti" coprivano tutta l'ampiezza del campo. Per far funzionare il piano Abraham e Zaniolo avrebbero dovuto stare vicini in partenza, andare aggressivi non sul controllo del centrale più vicino a Handanovic, ma sulla trasmissione verso quello laterale, impedendo con la postura di tornare verso il centro e indirizzandolo forte verso l'esterno, con gli altri a marcare poi uomo contro uomo tutti gli appoggi possibili. Questo i due attaccanti non lo hanno fatto bene e l'Inter è uscita spesso palla al piede senza soffrire troppo. Anche perché nel giro palla il terzo centrale era sempre libero, costringeva ad uscire un centrocampista (Mkhitaryan o addirittura Veretout) e in mezzo gli altri erano bravissimi a conservare la superiorità numerica appena acquisita. Senza bisogno di pressare alta invece l'Inter copriva gli spazi abbassando un po' il baricentro e ruotando veloce le marcature, approfittando della lentezza del giro palla romanista.

Dettagli e concentrazione

Detto del valore tecnico superiore degli interisti c'è pure l'interpretazione dei singoli da richiamare. Perché ad esempio nell'azione della traversa di Barella al 6° che avrebbe già potuto chiudere la partita (l'Inter era già in vantaggio), Mancini avrebbe dovuto leggere meglio (è una giocata standard per i nerazzurri) il taglio esterno-interno di Perisic su Sanchez, invece sulla palla gettata avanti senza neanche guardare, e un po' più arretrata di dove la si poteva aspettare, il cileno ha recuperato subito la posizione, mentre Mancini ha fatto addirittura tre passi in più prima di girarsi. Questione di concentrazione, di convinzione, di lucidità. Per non parlare dei tiri: Barella ne ha scagliati due, uno sulla traversa bassa e uno all'incrocio dei pali, tolto da Rui Patricio. Sanchez uno, all'incrocio: il gol che ha chiuso la partita. Nella Roma ci hanno provato senza cogliere lo specchio Ibañez, Veretout, Viña, Mkhitaryan, Abraham e Cristante. Zaniolo una volta ha centrato il portiere da posizione favorevole, in altre due occasioni ha tirato fuori (particolarmente propizia quella del secondo tempo, su azione solitaria di Mkhitaryan). Uno solo ha preso la porta con l'unico tiro scagliato: Oliveira. L'ultimo arrivato.