Quando arrivi ad una partita che può davvero rappresentare una svolta della stagione - giocare in casa del Milan privo di otto titolari, dopo aver sbancato Bergamo e alla vigilia della sfida con la Juventus non nel suo momento migliore - e poi in campo commetti tanti errori, la conseguenza è che il carico positivo che avresti guadagnato in caso di vittoria si trasforma in una valanga di negatività che può condizionare addirittura il resto della stagione. Il primo effetto diretto della pessima conduzione della partita di San Siro si pagherà con la formazione che Mourinho potrà opporre alla Juventus: senza Karsdorp e Mancini, il tecnico perde due dei suoi uomini chiave, al momento difficilmente sostituibili. Perché di uno è appena sbarcata a Roma l'alternativa, Maitland-Niles, ma chissà se sarà il caso di metterlo già in campo con appena un allenamento (di rifinitura, peraltro) nelle gambe, e dell'altro l'unico ricambio si chiama Kumbulla, il quarto difensore della rosa nel pieno però di un'involuzione tecnica e tattica che l'ha portato quest'anno a non andare mai oltre il voto 6 nelle sue prestazioni e di scendere spesso invece al 5 se non addirittura al 4. Il secondo effetto è mentale: perché con la Juventus si può perdere o si può vincere per fattori che con l'approccio psicologico alla gara possono anche non avere niente a che fare, ma un conto è arrivare alla gara di domani con il conforto di una spinta propulsiva dell'euforia di una vittoria conquistata sul campo di una delle capolista del campionato e un altro è arrivarci con l'ottava sconfitta sulle spalle e con la prospettiva magari di perdere ulteriore contatto anche dalle zone valide per la qualificazione all'Europa League.

Quanti errori: la tecnica

In più ogni sconfitta mina qualche certezza di squadra. Ed è un peccato che in casa giallorossa si ripetano con frequenza tanti errori tecnici e a volte anche tattici. Per i primi la responsabilità è sempre individuale. Un passaggio come quello di Ibañez per esempio resta incomprensibile a certi livelli ma discende da una serie di altri retropassaggi che a volte i giocatori della Roma fanno per paura più che per scelta strategica. L'idea di ripassare dal portiere, infatti, è solo una conseguenza di uno spazio offensivo trovato chiuso e della necessità di non disperdere il possesso forzando magari un passaggio. Dunque, il primo obiettivo in questi casi è quello di cambiare lato d'attacco spostando rapidamente il pallone all'indietro fino a trovare il varco per ricominciare dall'altra parte. Nel caso dell'errore del brasiliano, ad esempio, sia Viña ad inizio giocata, sia Pellegrini nel passaggio intermedio avrebbero potuto scegliere soluzioni alternative al retropassaggio. Solo Ibañez avrebbe dovuto affrettare il passaggio a Rui Patricio come indicato da Smalling proprio per avere il tempo e la necessaria tranquillità per uscire dalla parte opposta, verso Mancini che intanto stava abbassando e allargando la propria posizione. Dunque tre errori in uno. E in tanti dei passaggi sbagliati anche successivamente si intravede il denominatore comune dell'incertezza dello sviluppo. A volte ci sono giocate che vanno per forza sviluppate di prima, anche a rischio di sbagliare qualcosa: ad esempio quando si esce sul quinto magari dai centrali e sta arrivando la pressione degli avversari è inevitabile la giocata tipica del 352 (Conte è un maestro in questo senso) con la palla scodellata di prima verso i due attaccanti allineati e pronti a duettare, magari scaricando per l'intermedio che ne frattempo si è posizionato in direzione del pallone. Ma queste giocate vanno provate e riprovate in allenamento. Ed è probabile che ultimamente ci sia stato poco tempo per farlo.

Gli errori tattici

Poi ci sono a volte delle incomprensioni di natura tattica figlie anch'esse di scarsa confidenza con il movimento sincronizzato. Per esempio nelle pressioni offensive, la Roma era coraggiosamente partita con i quinti addirittura sui terzini avversari (Karsdorp ad esempio su Hernandez), con pronti movimenti a scalare con un attaccante ad abbassarsi rapidamente su Tonali e l'assistenza continua dei centrocampisti, con i difensori addirittura pronti ad uscire alti su Krunic o Diaz pronti ad abbassarsi. Nei primi quindici minuti il numero di passaggi concessi per azione difensiva (il parametro che definisce l'affidabilità di una pressione offensiva) è stato di 4,1, uno dei livelli migliori mai raggiunti dalla Roma. Ma dopo un po' la pressione è calata, sui terzini avversari si sono spesso aperti gli intermedi (Mkhitaryan a destra e Pellegrini su Florenzi) e in mezzo si sono creati più spazi per le giocate avversarie. In altri momenti della partita invece si è decisamente tenuto più basso il baricentro, rinunciando alle pressioni alte e anche alle pressioni medie (nel primo quarto d'ora del secondo tempo si è passati a un dato di passaggi concessi per azione difensiva di 19). E poi ci sono le scelte strategiche di Mourinho che, con il risultato penalizzante, spesso alza il baricentro della squadra finendo per togliere equilibri. Anche giovedì, quando sembrava aver trovato la quadratura difensiva nel secondo tempo ottenendo anche due grosse occasioni offensive, ha risposto alle sagge mosse di Pioli (dentro Bakayoko per garantire maggior filtro in mezzo e Leao per le transizioni) mettendo tre punte, con El Shaarawy a tutta fascia e due mediani certamente poco difensivi come Cristante e Mkhitaryan. Gli equilibri sono saltati e in dieci Mou non ha ridotto la spinta, anzi ha messo Shomurodov al posto di Abraham: risultato, solo il Milan ha creato occasioni, ha segnato il 3-1, ha rischiato il quarto con Ibra, ha ottenuto il rigore poi sbagliato dallo svedese.

L'altro errore di Chiffi

Pur destinando alle imprese di Chiffi e Aureliano altri spunti sul giornale, in questa sede ci concentriamo infine su un dato statistico che aggrava e di molto la posizione in questo caso soprattutto del direttore di gara. Perché a Milano il tempo effettivo di gioco è stato di appena 43'24", uno dei minutaggi più ridotti di sempre. Quest'anno avevamo gridato allo scandalo per il dato di Venezia (arbitro, guarda un po', Aureliano), che aveva fatto giocare per appena 46 minuti (con la Roma in rincorsa). Chiffi ha "migliorato" quel record. Significa giocare un quarto d'ora in meno di una partita di calcio normale. Ed è un dato che dovrebbe far arrossire ulteriormente il giudice che teoricamente è messo lì proprio per garantire tutte le parti in causa.