Fausto Giacometti, un romanista
Ho sempre cercato di concedere la ribalta alle storie dei Romanisti. Mio zio Fausto era uno che il termine zio se l’era conquistato. Per me era “Quello della ROMA”. Più di ogni altro
(GETTY IMAGES)
Nel corso degli anni dalle colonne di questo giornale ho sempre cercato di concedere la ribalta alle storie dei Romanisti.
Le loro, le nostre, messe tutte insieme ti raccontano – meglio di qualsiasi gesto tecnico – cos’è, per davvero, questa squadra e cosa rappresenta. Fuori dunque da ogni stereotipo ma profondamente dentro la vita delle persone: a mia figlia dico sempre che il regalo più grande che può ricevere è il tempo che qualcuno le dedica. Ecco, proprio questo: il tempo che ognuno di noi dedica alla ROMA denota l’importanza che le diamo.
Me ne sono servite due di premesse per potervi parlare di mio zio Fausto. Uno che il termine zio se l’era conquistato come si fa con quelle medaglie che non ti spettano per discendenza di sangue ma che ti meriti e alimenti giorno dopo giorno, negli anni. Lui, quando ero un ragazzino, per me era “Quello della ROMA”. Più di ogni altro. E se sono cresciuto impregnato dappertutto di questa squadra è anche per merito suo e non solamente di mio padre che, nei fatti, è stato suo fratello: Tito e Fausto. E la ROMA. Come nel marzo del 1964 quando all’Olimpico arrivava il Bologna e lui era ricoverato con diverse fratture: mio padre, allora, lo aspettò sotto l’ospedale con il motore acceso... come fosse una rapina ma lì la refurtiva erano, semplicemente, tre ore d’amore.
Un paziente che sparisce dal reparto: ve lo immaginate?!? Tanto che quando se lo videro ricomparire davanti i medici non poterono fare a meno di chiedergli dove diavolo era finito. “Ero andato a prendere un po’ d’aria”, rispose. Quell’aria, per lui, era la ROMA.
Quell’aria sono state le corse, dopo il triplice fischio, per arrivare a casa in tempo per vedere 90’ minuto. Il suo abbonamento in Tevere. Le imprecazioni. La felicità per un gol. Andare e tornare dallo stadio stretti in cinque in macchina. Le idee diverse su un giocatore e, soprattutto, la certezza, ogni volta in cui si stava insieme, che tanto, prima o poi anche se spesso subito, avremmo parlato della ROMA.
Ve lo avevo detto, no?!? Lui, era lo zio della ROMA. Fino all’ultimo istante nei colori di quei fiori scelti per salutarlo.
Anche se poi, comunque, certe persone non se ne vanno mai.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
PRECEDENTE