C'è stata un'epoca in cui l'immaginario era consuetudine, e in cui il non vedere era un veicolo per sapere. Era l'epoca delle radio e delle radioline. Era l'epoca, e l'epica, di quando gli eroi erano più nomi che volti, e i volti effigi: immote e rigide, bidimensionali, con sorrisi di cera e braccia incrociate, fisse, in ossequio alla più vulgata ritrattistica delle raccolte Panini. Tenevamo a mente quelle facce dalle espressioni un po' fulminate figurandone i corpi in movimento secondo quanto il narratore ci suggeriva, ma il narratore era a forma d'apparecchio e si dimostrava spesso capriccioso e ostile distorcendo il messaggio in stridori e fruscii per cui l'universo mondo era d'un tratto colto da paresi angosciose che il più delle volte una manata all'antenna bastava a scongiurare riconsegnandoci, con perverso sollievo, ai palpiti di un racconto vissuto in presa diretta. I cantori di questa saga (che, citando Nick Hornby, ogni anno magicamente si rinnova) si chiamavano Ciotti, Ameri, Bortoluzzi, Provenzali, Luzzi, Viola, Ferretti… tutti magnifici. Dalla solennità delle loro voci dipendeva la giostra delle nostre emozioni e, in qualche modo, la visione del mondo che avrebbe improntato tutta la settimana a seguire, sino alla domenica successiva.

Nel tepore di una tarda primavera fu uno di loro, impossibile dire chi, a portarci notizia di un gesto che pochi romanisti, pochissimi, ricordano e che malgrado ciò dovremmo celebrare in perpetuo, dacché quel gesto ci evitò una retrocessione altrimenti certa. Ovvero, un tracollo della nostra vita in assoluto. Qualcosa che in passato era toccato una sola volta ai nostri padri, nei primi anni Cinquanta,e che, essendo rimasta unica, aveva quasi assunto i caratteri di un doveroso bagno di umiltà, senza che ciò identificasse nulla di connaturato alla nostra storia (dire «uno» non è dire «undici», tanto per capirci). Una sola volta è turismo, già due è tradizione. Per carità, mai sia! Un'altra volta in B avrebbe significato retrocessione vera, e non, come in quell'unico caso, un'estemporanea avventura da discesa agli Inferi fatta quasi per brama dantesca di conoscenza umana.

Era il 13 maggio del '73. Palermo-Roma. Ventinovesima giornata. Penultima di campionato, e noi terzultimi in classifica. Immaginatemi, perciò, quel 13 maggio, a deambulare nervoso in camera mia in attesa di «Tutto il calcio minuto per minuto» ripetendomi: «Se oggi perdiamo è B». Ai tempi, quando la tua squadra giocava in trasferta, era impossibile sapere nulla fino all'intervallo. Tutto era solo presunzione e auspicio, non altro. Immaginazione allo stato puro. E l'annuncio della grappa Julia, la grappa di carattere, era un formula standard che ti sconnetteva sistole e diastole. Era come sentir dire: «Signori, entra la Corte!», e la Corte entrava per annunciarti il verdetto del primo tempo, che era già un verdetto da processo di primo grado. Se negativo, il secondo tempo sarebbe stato il tuo ricorso. Sennò, quello della controparte.

Quanti verdetti ascoltati con questo spirito macinando metri su metri all'interno di pochi metri quadrati! Come un detenuto che non si sia presentato in aula e che, contumace, aspetti in cella notizie della sentenza. Una cella che per me era la stanzetta consueta di un diciassettenne consueto, con mille e più cose alle pareti, cumuli di giornali, pile di dischi e sacche derelitte buttate in un angolo tra residui di infanzia e cianfrusaglie varie; spalle alla finestra, una scrivania retaggio degli anni '60; di fronte, un lettino monopiazza. Sul ripiano della scrivania, il dizionario di latino Campanini Carboni. Grosso, rosso, sbrecciato e incerottato. Lo fissavo con forza, quel pomeriggio. Per dare un freno ai miei palpiti nell'attesa del collegamento. Per appuntare il fuoco dell'interesse apparente su qualcosa di concreto. Sapevo che di norma, in prima istanza, il verdetto era quasi sempre negativo…
…Qui San Siro…. Milan uno, Roma zero…
…Qui Torino… Torino uno, Roma zero...
…Qui Genova… Sampdoria uno, Roma zero.
Una falsa rima maledettamente facile. Quasi scontata, banale. Brutta.

Ma stavolta il rischio era davvero enorme, come mai lo era stato prima. A metà del girone di ritorno, dopo un pari casalingo senza reti con la Ternana, era stato silurato Helenio Herrera ed era subentrato ad interim Tonino Trebiciani, chiamato a salvarci la pelle, niente di più. Con le unghie e coi denti ci eravamo arrampicati a 23 punti. Una miseria. L'Atalanta ne aveva uno di meno, il Palermo due. Una tra noi avrebbe dovuto retrocedere, senza scampo. Non solo: in questo microcampionato a tre, la Roma partiva con un handicap che quasi annullava sia il punto in più, sia la differenza reti a nostro favore.L'Atalanta e il Palermo avevano ancora due partite vere da giocarsi, noi in pratica solo una: questa. Eravamo ben consapevoli, infatti, che nella successiva, con una Juve in piena corsa scudetto, non avremmo avuto la minima chance, hai voglia a dire! Sarebbe stata un'esecuzione. Insomma, avevo la piena consapevolezza che il nostro campionato sarebbe finito in Sicilia. Mi tormento le mani, pesto il tappeto di peluche color miele. Fisso il Campanini Carboni. Rievoco parole latine, assurde…
…Tamen. Tuttavia. Me lo ripeto a loop. Senza ragione. Tamen, tuttavia. Tamen, tuttavia. Tamen, tuttavia. Un puro suono che dà forma di sillabe ai battiti del cuore. Un mantra.

Aspetto, patisco, subisco. Veni, Vidi, Vici. Non c'entra nulla. O forse sì. Boh. D'improvviso, un pensiero inutilissimo sfreccia non richiesto. Domani Fisica. Interrogazione certa. Nemmeno aperto il libro. Sì, va bene, poi. Poi cosa? Poi se ne riparla. Ma poi quando? Poi dopo. Ma dopo cosa? Dopo!... Dopo il valico. Dopo il triplice fischio. Dopo aver saputo. Quando per me il mondo, a sentenza pronunciata, sarebbe forse cambiato per sempre, e io con esso.

Era una radio Grunding, la mia. Già il nome ha un sapore vintage. Come i nostri punti in classifica. 23, quando la vittoria ne contava due. Una cifra vintage. Alla penultima 23, e si era ancora in lotta. Quella radio, allora modernissima, me l'aveva regalata mio padre l'anno prima. Piatta e rettangolare, con la stecca sghimbescia dell'antenna che non trovava mai pace, come una sonda lanciata nell'etere per cogliere al meglio le voci dei cantori. Sarà a posto? Forse. Pare di sì. E io? Sono pronto, io? ...Ci provo. Governo il respiro. La stecca ha un cedimento. Oddio! Di fretta la sollevo, ne cerco l'equilibrio. L'allungo, l'accorcio; con cautela la riposiziono per dare massimo nitore all'avvento della realtà ormai prossima e ineludibile. Inizia il giro dei collegamenti. Ecco, ci siamo! È il mondo che sopraggiunge. Gli aedi si avvicendano ai microfoni. Nella mia testa ronzano parole che mi sforzo di esorcizzare. Mio malgrado mi immagino di sentire ciò che ancora non sento. Fin quando, per davvero lo sento.
«Qui Palermo… Palermo uno, Roma zero. Marcatore: Arcoleo». È B. Devo averlo pensato con tanta forza da averlo forse gridato. «È B!». B come baratro. Mi vedo dove presto sarò. Laggiù. Retrocesso. Io individualmente. Sì, va ben e…io con tanti, ma non vuol dire. Ognuno di quei tanti lo vedo precipitare a modo suo, come me, individualmente. Perché in B, nel baratro, non ci si va insieme, ma da soli, e da soli ci si sta. Tremendamente soli.

Per alcuni istanti di premorte l'incubo è frequentato sino alle sue fibre più sottili, poi mi scuoto e riemergo. «Tutto il calcio minuto per minuto» era caratterizzato da un tratto particolarmente perfido: contraeva il tempo al minimo possibile. Ti dava la sensazione che le cose potessero avvenire solo quando il collegamento passava al campo in cui giocava la tua squadra, in quel breve lasso di minuti in cui l'aedo parlava di te. Dunque, della Roma. Per il resto, era solo una sequenza di prolungate paralisi. Questo, quando si perdeva. Il che per noi era la norma, e quella miseria di tempo non serviva quasi mai a nulla. Ma così non fu il pomeriggio del 13 maggio '73, quando invece avvenne qualcosa di meravigliosamente diverso. Una voce d'incanto si intromise nel pieno di una radiocronaca altrui a proclamare come l'angelo dell'Annunciazione: «Qui Palermo… pareggio della Roma con Cappellini. Roma uno, Palermo uno», e uno a uno finì, un pareggio che ci portò alla trentesima di campionato con la salvezza assicurata.

Altro di quel gol non posso dire. Nemmeno se sia stato realizzato di testa o di piede. Fu la radio a dirlo, fu la radio a farlo. E l'immaginazione lo reinventa ogni volta diverso. Comunque, di una cosa sono certo: che fu magnifico comunque fu, e che è bello poter dire: «Non l'ho visto, ma so che avvenne». E per ciò che avvenne senza pretese d'essere stato visto, un grazie perenne a Renato Cappellini, così raccontato dalla sua figurina Panini di quell'anno: in maglia arancio dal girocollo lilla, col labbro superiore un po' arricciato in un sorriso teso, coi capelli castani sversati in due ciuffi dalla scriminatura al centro, con lo sguardo quasi insospettito dall'obiettivo che lo inquadra, con la mascella larga che dà l'idea di uno di cui fidarsi, e il mento tondo, un po' sporgente. Il volto di un uomo, il nome di un calciatore. Nei suoi anni in giallorosso Renato Cappellini, goleador per una volta anche in Nazionale, ci ha dato abbastanza, alcune volte parecchio. Quel pomeriggio, a Palermo, neanche Totti avrebbe potuto darci di più.