«I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto... Il resto fa volume», diceva Pieraccioni nel film "I laureati". Sono quelli che ti cambiano la vita, ti fanno crescere, ti lasciano con la sensazione che tu sia in qualche maniera cambiato. I giorni in cui sei caduto e quelli in cui sei riuscito a rialzarti. La fatica del duro lavoro, è quella che ti fa uomo. Le lacrime che si mischiano al sudore, ricordandoti che in fondo dentro un rettangolo verde e un pallone che rotola c'è tutto il tuo mondo, e forse anche di più.

Alessandro Florenzi calcia in porta con una bicicletta la palla respinta da Donnarumma: è il colpo del ko, cinque minuti dopo il vantaggio di Dzeko. 546 giorni, sono passati. Un anno e mezzo quasi esatto dal 4 aprile 2016, da quel derby stradominato e stravinto per 4-1, da quel missile in diagonale che, proprio come a San Siro, sancisce la vittoria della Roma. Diciotto mesi, il tempo di due gravidanze. Invece nel mezzo ci passano due infortuni. Il primo il 26 ottobre a Reggio Emilia: l'uscita in lacrime sulla barella, l'autodiagnosi immediata a Spalletti, che allarga le braccia. Capita, è la vita.

Passano quattro mesi, Ale è pronto a tornare: riprende ad allenarsi con il pallone, riassapora l'odore dell'erba insieme ai compagni. Il peggio sembra passato. Ma a metà febbraio arriva la mazzata, quella che lui stesso ha definito come "il momento più duro": lo stesso legamento crociato cede di nuovo. Ricomincia tutto da capo: l'intervento, la riabilitazione, la fatica, il dolore, le lacrime miste al sudore. È in momenti del genere che ti rendi conto dell'importanza della famiglia, di avere al tuo fianco persone che sappiano darti la forza e incoraggiarti. I sorrisi di Ilenia e Penelope sono gli appigli di Ale nel primo mese dopo il secondo infortunio, quello in cui il tunnel sembra senza via d'uscita.

546 dopo, Florenzi riporta le mani al volto. Come aveva fatto il 16 settembre 2016 dopo quel gol al Barcellona. Stavolta è diverso, stavolta l'emozione non la dà la distanza dalla porta, ma la distanza – questa volta temporale – dall'ultima volta. È un riavvolgere il nastro della memoria per riproiettarlo avanti veloce: rivedi tutto nell'arco di uno, massimo due secondi. Il tempo che impiega Nainggolan a sollevarti da terra, prima che arrivino tutti gli altri.

546 giorni. Di Francesco stava per qualificarsi in Europa League con il Sassuolo. Dzeko segnava un gol, ma in molti lo ritenevano un "pippone" e si divertivano a fare meme in cui gli davano del cieco. Non c'erano ancora stati i camion impazziti sulla Promenade di Nizza e sulle Ramblas. Trump non era ancora stato eletto Presidente e Chris Cornell era ancora vivo. Sembra passata una vita. Ma quando ti rialzi e ti lasci tutto alle tue spalle – alle spalle di un portiere – ti porti le mani al volto e, mentre le lacrime si mischiano al sudore, ti convinci che sì, "i giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto": il 1° ottobre 2017 è uno di questi.