A 'sta Roma bella je manca solo Mortadella. O forse sarebbe meglio dire che tutta Roma, che bella lo è sempre, sente ancora un vuoto immenso nel suo petto ripensando a quella montagna umana così imponente quanto d'animo gentile. Da quel 14 febbraio di sette anni or sono in cui Fabrizio Carroccia esalò l'ultimo respiro: un gigante col sorriso stampato in viso sconfitto da un subdolo e invisibile male. L'unico modo per abbattere una quercia secolare in fondo è quella di reciderla dalla radice. E così nel cuore della notte e anticipando il sole aveva salutato tutti da un letto dell'ospedale San Carlo. Tifosi, parenti, amici, calciatori, dirigenti: le porte dell'ospedale avevan visto varcare ogni categoria sociale. Perché Fabrizio Carroccia, meglio noto semplicemente con il soprannome di "Mortadella", è stato capace di riuscire ad unire le diverse anime di questa città antica com'è antico il mondo.

Leggenda vuole che il soprannome sia dovuto ad un infortunio subìto in gioventù al dito di una mano che, in seguito all'operazione, aveva assunto una forma capace di rievocare in molti l'immagine cilindrica del famoso insaccato. Uno di quelli che si cercavano con lo sguardo non appena veniva varcato l'ingresso in Curva o nei settori ospiti; se non era già stata la sua voce ad attirare l'attenzione. C'è stato un tempo in cui però il Mortadella è stato soltanto Fabrizio, un bambino che si era avvicinato al mondo dello stadio grazie all'amore per i colori di Roma di papà Claudio. Un amore condiviso anche dal fratello Luca, anch'e gli scomparso anzitempo. Un triste e beffardo destino che non è riuscito però a strappare dalle menti dei romanisti il ricordo di chi ha dedicato anima e cuore alla Roma. Al bene della Roma. Come in quel giorno d'estate di alcuni anni fa in cui il Mortadella si presentò sotto gli uffici dove si stavano decidendo le sorti di quella Associazione Sportiva tanto amata. «Ao fate il bene della Roma», esclamò a gran voce in tenuta da mare mentre sfilavano giacche e cravatte e colletti bianche.

Fabrizio Carroccia ha anticipato i tempi, o forse li ha letteralmente stravolti attraverso il suo modo d'essere. Si dice fosse amico di tutti, anche di Totti e di Giannini, di Conti e Viola. L'hanno visto sedersi in tribuna dietro all'Avvocato Agnelli o in compagnia di Fabio Baldas, nel ritiro parigino dell'Inter alla vigilia della finale di Coppa Uefa contro la Lazio. Rispettato e stimato dalle tifoserie rivali e punto di riferimento di una generazione che con il suo modo d'essere e di amare ha scritto pagine indelebili della storia romanista. Le "Mortadellate" ancor prima degli episodi sopra le righe di Antonio Cassano, altro suo grande amico. Come quella volta che in vista del mai ultimato arrivo di Edgar Davids in maglia giallorossa, decise di creare una divisa ad hoc per il forte centrocampista olandese. Oppure quando in una trasferta milanese di metà anni ‘80 iniziò a ridere di gusto mentre tutto intorno a lui c'erano facce tristi per una sconfitta roboante e, soprattutto, le sole diecimila lire in comune per rientrare nella Capitale.

Chissà quanti volte potendo vivere questa Roma avrebbe esclamato il celebre "Americà facce Tarzan", motto che aveva fatto suo. Sua come quella Roma che neanche la trasferta più lunga ha potuto strappargli. Il giorno dei funerali presso la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, migliaia tra tifosi, ultrà, giocatori, dirigenti, romanisti e anche gli Irriducibili, accompagnarono la bara su cui era stata appoggiata una maglia della Roma con il numero 1 e il nome a caratteri cubitali. Fabrizio era partito verso quel muretto alto come il cielo dove lo aspettavano in tanti con i gomiti appoggiati. Prima dell'arrivo del feretro furono in molti a riunirsi sotto la Curva Sud. Quella Sud che in occasione della partita contro lo Shakhtar lo ricordò a più riprese. Perché c'è stato un tempo in cui non era stolto chi guardava il dito e non la luna, ma chi non notava che quel dito indicava la Roma. Quel dito era del Mortadella e alla Roma bella manca tanto.