L'intuizione ce l'ebbe un giornalista, venendo a conoscenza della curiosa storia del doppio nome di Prandelli, Cesare e Claudio. La storia era quella di un padre pignolo che non voleva piegarsi alla maggioranza familiare (che aveva scelto Cesare come nome per il neonato) e così nel segreto dell'ufficio dell'anagrafe gli preferì Claudio, aggiungendo Cesare come secondo nome, senza peraltro dir mai niente in famiglia. Così a distanza di anni c'è chi lo ha conosciuto come Cesare e chi come Claudio, col risultato che Prandelli ha vissuto una vita su un doppio binario, con il razionalismo degli artigiani e la (più o meno lucida) follia dei rivoluzionari, con un codice etico in una mano e nell'altra il foglio delle convocazioni che alla A di Azzurri faceva seguire la B di Balotelli e la C di Cassano, i due italiani meno etici del nostro calcio. Prandelli è nato per unire e ha finito per dividere. Prandelli è stato la soluzione dei guai del calcio italiano e a un certo punto l'unico problema. Prandelli è stato uno degli uomini più amati e anche uno dei più odiati. E sul suo corpo, sulla sua pelle, si sono scritte le più incoerenti pagine del nostro giornalismo sportivo. Sempre rincorrendo "Sua Maestà il Risultato". «Quando vinci sono tutti con te, quando perdi hai tutti contro, e in mezzo non c'è niente»: lo diceva Michel Platini, uno che di Prandelli ha visto gli esordi da calciatore.

Prandelli, quanto conta il risultato nel calcio per un allenatore?
«Tutto. Specialmente in Italia, e aggiungo purtroppo. Il risultato mette d'accordo tutti. Culturalmente e sportivamente parlando abbiamo dei limiti. Poi magari se la vedi da un altro punto di vista diventa anche la nostra forza, perché in virtù di un risultato sappiamo anche svoltare rapidamente. Io credo invece che il risultato vada perseguito attraverso il bel gioco. E i dirigenti nei settori giovanili devono trasmettere questo. E credo che qualcosa stia già cambiando».

In che senso?
«Io dico che ormai la gente è matura, è aggiornata, ci sono i social, puoi scoprire tutto di tutto, puoi aggiornarti sul tipo di gioco, sulla metodologia di ogni allenatore. Le nuove generazioni vanno verso questo. I nuovi allenatori oggi perseguono tutti il risultato attraverso il gioco».

Ci sta dicendo che in questo senso l'Italia sia pronta per una rivoluzione culturale?
«Sì, esatto. Siamo pronti per la rivoluzione, a livello sociale c'è fermento, c'è malcontento e si vuole cambiare. Anche nel calcio».

Avrà letto l'intervista di Sarri al Corriere dello Sport in cui raccontava che vedendo sorridere Klopp durante Chelsea-Liverpool con i Reds sotto di un gol, gli ha chiesto che cosa avesse da ridere, e Klopp gli ha dato una risposta bellissima: «Ma perché Maurizio, tu non ti stai divertendo?». Non sarà che a noi qualcuno ci sta togliendo questo gusto di divertirci a forza di dirci che vincere è l'unica cosa che conta? Perché poi uno vince e altri mille si sentono perdenti e mollano. E il calcio non va avanti.
«Sì, a noi manca l'approccio giusto. Se già quando arrivi allo stadio ricevi insulti, ti tirano i sassi, ti infamano, questo clima ti condiziona. In altri paesi non è così, al massimo ti mostrano il dito medio prima della partita. È proprio una questione di cultura. Ma se sei in un paese dove hai la possibilità di esprimerti al mille per mille come in Inghilterra poi ti diverti sempre, anche perdendo. Ma guarda caso è così che si arriva meglio alla vittoria».

E il problema parte dai dilettanti e dai settori giovanili: fisicità e mezzucci anche lì pur di arrivare al risultato. Come si fa?
«Vero, è tutto assurdo, per quello dico che le nuove generazioni cambieranno il calcio. Il calcio è uno sport democratico, possono giocare tutti, ma alla base ci deve essere la tecnica. Gli altri sono andati più veloci di noi, hanno migliorato la tecnica di base sviluppata in velocità, noi siamo diventati maestri di tattica, i ragazzi sono preparatissimi sui movimenti, ma sulla tecnica un po' meno, ma alla fine vince chi rischia qualcosa e gestisce meglio la palla. Dobbiamo aiutarli a crescere proprio attraverso il divertimento».

È un po' quello che sta facendo Mancini con la Nazionale?
«Sì, è così, anche se noi poi alla prossima partita che non vincerà saremo capaci di mettere in discussione scelte tecniche e sistema di gioco. Ma io mi sono divertito con la Polonia, la scelta di Roberto è stata straordinaria: ha scelto la qualità».

Prandelli, c'è stato un tempo in cui per l'Italia lei era come Sarri un paio di anni fa. Aveva fatto benissimo con squadre minori mostrando un calcio divertente e vincente. E la scelse la Roma. In quell'estate del 2004, mentre lavoravamo alla fondazione del Romanista, sentivamo un fermento nuovo.
«Sì, volevamo fare qualcosa di diverso rispetto a quello che si stava facendo. A quell'epoca c'erano grandi club e grandi allenatori, noi a Verona e Parma avevamo entusiasmato ottenendo risultati con i giovani. La scelta della società fu precisa, chiamando noi».

Portaste elementi inediti negli allenamenti, test atletici sul campo, video riprese e altro.
«Confermo, siamo stati tra i più innovatori, volevamo mettere al servizio dei giocatori tutti gli strumenti possibili, volevamo coinvolgerli in ogni dettaglio. Si parlava già di metodologie di allenamento, di alimentazione, di videoanalisi. Molti non erano pronti, oggi mi sembra che ci sono arrivati tutti».

Non vorremmo riaprire un argomento su cui probabilmente non ama tornare: le sue dimissioni dalla Roma in seguito alla scoperta della gravissima diagnosi sulla salute di sua moglie. Totti nel suo libro, che ha presentato al Colosseo e lei era tra gli invitati, scrive testualmente che fu «la furibonda litigata con Antonio Cassano a Perugia a spingere Prandelli a lasciare la Roma» .
«Guarda, ho talmente tanto rispetto di Francesco e l'ho sempre stimato e ammirato che non voglio smentirlo. Dico solo che i miei collaboratori conoscono la verità».

Può aver contributo il fatto di non poter sopportare una situazione complessa in quello spogliatoio visto proprio la situazione che doveva affrontare personalmente?
«La società non mi fece mancare niente, era forte, ho un meraviglioso ricordo del presidente Sensi, di sua figlia Rosella, di Franco Baldini. Ma i miei collaboratori sanno che io attendevo solo il risultato di un esame. Contò solo quello».

Ricorderà le grandissime manifestazioni di affetto, molti nel giorno dell'addio speravano che si trattasse solo di un arrivederci. È stato mai vicino a tornare alla Roma realmente?
«Non ho mai dimenticato quelle emozioni e le dico che c'è stato un momento. Ma io avevo già dato la parola alla Federcalcio e non potevo tornare indietro. Ma Roma è Roma, resta il sogno di tutti».

Magari non lo ricorderà, ma nel Perugia in quell'amichevole del 25 agosto 2004 con quella brutta reazione di Cassano, nelle file del Perugia giocava un certo Di Francesco. Che giudizio ha dell'allenatore della Roma?
«Sta dimostrando di avere capacità, intuizioni giuste e ottima gestione del gruppo. La sua storia la conosciamo, è riuscito ad arrivare in semifinale di Champions League con una squadra che non è abituata a queste cose. Ha dimostrato di non essere legato in maniera rigida a un solo sistema di gioco, ha capacità, bravura, è credibile per i giocatori e la sua serietà parla per lui».

Molta gente non ha capito la scelta di Ventura. Forse nessuno più di lei può capire il senso di rimettersi in circolo dopo una brutta delusione.
«E infatti dico che ha fatto benissimo, Chievo è una bella scommessa, per molti è una squadra semiretrocessa, lui vuole dimostrare di essere quell'allenatore che è sempre stato, che ha sbagliato magari una partita, ma che resta un grande allenatore».

Lei ha entusiasmato una nazione intera e poi l'ha delusa. Che sensazioni sono, in un senso e nell'altro?
«Il mio maestro Trapattoni amava dire che un ct è un condannato a morte, non sai quando ma prima o poi la tua condanna arriva. Io quando ho cominciato sapevo che poteva essere entusiasmante, sapevo della grande popolarità, ma sapevo anche che una partita ti fa ricominciare tutto da capo o anche più in basso. Capita anche in Germania adesso con Loew, da noi poi c'è proprio il gusto del capro espiatorio».

Lei parlò di cattiveria.
«Sì, ce n'è tanta, quando si va al di là dell'analisi tecnica, quando hai la presunzione di conoscere una persona, quando giudichi uno sguardo. Ma che state dicendo? Questa è la cattiveria, l'accanimento. Mi chiedo perché, visto che non ho mai chiamato un giornalista per chiederglielo».

E che risposta s'è dato?
«Una è che ci sono molti ruffiani e cortigiani che vogliono emergere attraverso queste cose. Non basta una carriera intera a difendere chi può essere distrutto da un giudizio cattivo. La storia è come la racconti. Se diciamo che è stata una catastrofe tutti la vedranno così. Ma se parliamo di risultati, chi è che ha portato le ultime due medaglie alla Figc? Siamo noi e le medaglie sono lì».

Ha avuto qualche nemico a cui non era simpatico?
«Quando non hai la capacità di prenderti le responsabilità è facile parlar male. La maggior parte delle persone che mi hanno accompagnato è stata straordinaria con me. Poi ogni tanto c'è qualcuno che ti fa una faccia davanti e poi ti parla male alle spalle per giustificare il suo limite. Peggio per loro».

Che idea ha di Claudio Lotito? Un giorno sembravate molto vicini.
«Sul piano umano sono rimasto molto deluso, un lunedì mi ha detto che potevo considerarmi il nuovo allenatore della Lazio, poi ha cambiato idea senza dirmelo per venti giorni. Non lo meritavo. Poi sul piano professionale ha avuto ottimi risultati sportivi e di gestione. E Tare è un bravissimo ds».

Che ne pensa invece del candidato unico per la Figc, Gravina?
«Io avrei voluto Tommasi perché ritengo che avesse carisma, idee e personalità per fare molto bene. Ma Gravina è una persona per bene e questa è già una buona base di partenza. Se riuscirà a unire le forse tra Figc e Lega avrà fatto un bel passo avanti per il nostro movimento calcistico».

Infine, come passa le sue giornate oggi e quando la rivedremo in panchina?
«Mi documento, studio, affronto le giornate con i miei collaboratori analizzando le partite come se fossimo già in panchina. Devo farmi trovare pronto per una prossima chiamata».

Ci sono cose nuove in giro?
«Mi incuriosisce questa tendenza a giocare senza centravanti, tipo Sarri con Mertens, ho seguito con attenzione anche quello che ha fatto De Zerbi con il Sassuolo, e ora lo stesso Mancini in Nazionale. Non so se le grandi squadre possono permetterselo, ma è davvero tutto molto interessante».