Un amico mi chiede: mi descrivi con una parola il derby? Io ci metto un attimo, forse anche meno, a rispondergli: malessere. Lui mi guarda un po' storto, accennando un sorrisetto sarcastico. Malessere? Io gli confermo la parola con meno tempo della prima risposta. Lui scrolla la testa, mi riguarda storto e cambia argomento. Non è di Roma, non è della Roma quindi non capisce. Non può capire. E a me, tutto sommato, non va neppure di spiegargli la faccenda. Peggio per te, mi verrebbe da dire, poi me ne sto zitto. Certe cose, del resto, o ce l'hai dentro oppure nessuno al mondo riuscirà a farle entrare dentro di te.

Malessere, sì. Prima, durante e spesso anche dopo la partita. A conferma che il derby non è mai stata, non è e mai sarà una partita come tutte le altre. Chi dice questo non sa cosa sono le emozioni, non vive di sentimenti. Conta i punti, non i battiti del cuore. Troppo cervello, zero anima. Il derby ti fa star male, ti regala tensione, ansia, ti rivolta lo stomaco e ti manda in tilt i nervi nell'attesa del fischio d'avvio, durante il gioco e talvolta pure dopo il fischio finale. E non solo quando le cose sono andate male: anche la gioia per un successo può essere complicata da assorbire, perché porta dietro di sé un carico di tensione che ti ha sfiancato, che non puoi o che non riesci a cancellare in un amen. Come quando arrivi primo al traguardo ma non per questo sei fresco come una rosa; anzi, la tua fatica è la stessa, se non superiore, a quella di chi è arrivato secondo.

Io sono sicuro che tutti faremmo a meno del derby ma sappiamo che, in realtà, non ne faremmo mai a meno. E qui non si tratta di godere del primato cittadino, punto e basta. Il derby non dura solo quei novanta minuti: il derby dura ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni. Tutti i giorni di tutte le settimane. Tutte le settimane di tutti i mesi. Anno dopo anno. Chi lo nega è amico di quell'amico che non capisce il mio malessere.
Il derby è la sintesi della vita. Il derby è una pagina sempre nuova del libro della tua vita. Una pagina da scrivere e/o da leggere mai scritta e/o mai letta prima. L'importante è che il foglio non sia bianco. E per riempirlo servono poche parole: bastano quelle del cuore. Oggi, domani, sempre