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Quei sogni da bambino che arrivano fino a lassù

La prima allo stadio battezzata da Maradona. È il primo e ultimo incrocio italiano fra Diego e Falcao. Una sorta di staffetta fra emblemi della lotta al potere

PUBBLICATO DA Fabrizio Pastore
27 Novembre 2020 - 12:13

E cosa vuoi aggiungere ora a tutto quello che è stato detto, visto, scritto? Ne hanno parlato Garcia Marquez, Montalban, Galeano, Soriano, Kusturica, Manu Chao, De Crescenzo, Troisi e chissà quanti altri. Lo avrebbero fatto anche Shakespeare e Dante se fossero vissuti in quest'epoca. Uno così ispira arte. La più elevata. Perché è lui stesso Arte. Mi vergogno molto più di un po' anche soltanto a pensare di poter scrivere di Maradona. Ma i pensieri che si attorcigliano e premono per uscire, prevalgono anche sul pudore. E allora la metto sul personale. Perché poi il calcio non è altro che il film delle nostre esistenze da "ossessionati". Ogni partita un bagaglio emozionale. Ogni giocatore un fotogramma di vita vissuta. Ogni gol un brano della colonna sonora. E i titoli di testa della mia pellicola sono impreziositi dal nome di Diego. Poi raddoppiati. E sublimati.

Diego Armando e Paulo Roberto. Due nomi ciascuno, quello singolo di noi comuni mortali non basta. Non può bastare. A prescindere da ogni considerazione tecnica e caratteriale, le loro storie corrono su binari paralleli. Entrambi trascendono il concetto stesso di fuoriclasse, sono campioni messianici. Arrivati dall'altro capo del globo per redimere da delusioni e subalternità due città così uguali e così diverse, per catapultarle in una Nuova Era, per farle vincere. E ancora di più per installare ambizione (quella sacrosanta, non quella vomitevole) e consapevolezza. Si può fare.
Dall'alto della loro fama mondiale, compiono la scelta più difficile, sicuramente la meno scontata. Si oppongono allo strapotere del Nord. Ma non nelle vesti di contropotere. Diventano piuttosto antitesi ai potenti e ai loro mezzi. Sono pura ribellione all'ordine costituito e apparentemente immutabile. Falcao è apripista. Maradona ne raccoglie il testimone. E io ho l'enorme culo di vivere il momento della staffetta in prima persona.

1984, verso Natale. Il regalo più bello arriva qualche giorno prima. Ancora bambino, sono già innamorato del pallone e della Roma. Chiaramente non capisco niente della vita e quindi ancora meno del calcio. Ma fremo dalla voglia di entrare in uno stadio. Come ogni periodo natalizio, il programma prevede il rituale viaggio familiare a Napoli a trovare il ramo paterno. Occasione troppo ghiotta per me.
Una singolare architettura del Destino mi fa provenire da una stirpe di agnostici calcistici. Tutti. Tranne uno: il fratello di mio padre, napoletano. Doc, di cittadinanza e fede. Non ha digerito granché la mia scelta differente. Non ha ancora figli, è mio padrino di battesimo (mi intima di chiamarlo «o zì cumpare» con tono serio e spirito faceto, e più mi ribello all'abominio più me lo ripete), mi coccola regalandomi tutti i giocattoli possibili. Io, almeno mezzo metro e trent'anni meno di lui, imito le sue pose in ogni foto di quegli anni e lo chiamo per nome, mai «zio». Lui mi regala l'illusione di trattarmi da adulto, sfidandomi a farlocchi braccio di ferro o improbabili incontri di boxe. Io forse ricambio restituendogli la dimensione del gioco. Abbiamo un rapporto simbiotico a distanza. Ma in quei giorni torniamo vicini. E ne approfitto per cominciare la mia questua. Ci provo già da qualche tempo, ma la risposta è sempre uguale: «Sei troppo piccolo». Stavolta però parto alla carica a testa bassa: c'è Napoli-Roma. Io sarò a due uscite di tangenziale dallo stadio dove si giocherà. Ma la strada è in stra-salita. C'è da convincere lui e pure mio padre, che si veste da Mister Severità e mi fa sudare ogni capriccio. Forse la mia testardaggine nasce lì.

E insomma dopo una serie di piantini fastidiosi e infiniti che finiscono tutti con la parola «biglietto», riesco a strappare un «vediamo». Meglio di niente. Passano i giorni e quasi non ci spero più. O almeno i miei ricordi si offuscano nel mezzo. Fin quando, nella domenica di partita, metà mattinata, tutti a casa di mia nonna, i due fratelli senior mi chiedono di andare giù con loro, a spostare le rispettive auto. Mi è sempre piaciuto uscire, anche solo per annusare gli odori della strada. E quegli anni si fanno largo nella mia memoria a suon di primordiali soddisfazioni sensoriali. Sarà stato lo sguardo ingenuo dell'infanzia. Mio zio esce dal parcheggio, mio padre prende il suo posto. Il primo mi dice di salire in macchina, il secondo mi saluta chiedendomi con un (im)percettibile sprazzo di terrore negli occhi di stare sempre incollato all'altro e stringergli la mano più forte che posso. Click. Mi illumino. Non mi hanno ancora detto nulla, ma ora è tutto chiaro come il sole dicembrino, che a un tratto diventa abbagliante e caldo.

Andrò allo stadio. Grazie Babbo Natale anticipato. Grazie Papà. Grazie Ennio. Nel tragitto sono tutto un fremito, mentre lui come sempre mi prende in giro: «Mica penserai che ti porto alla partita? Oggi non ci vado». Ma non mi ci frega stavolta. Mancano due-tre ore all'Evento – in quegli anni è normale andare in largo anticipo – e mi gusto ogni istante del rito. Dalla trattativa col parcheggiatore ben lontano dal San Paolo (mio zio è un fobico del traffico), ai borghettari che lo (ci) invogliano. Prendiamo qualche boccetta, Ennio sa che rubo fondi di caffè ai miei e me lo offre tanto per rientrare nel canovaccio, pensando che l'alcol possa dissuadere i miei gusti di bambino. Si dovrà ricredere. Tutto è fantastico, sono eccitato molto più che da un sorsetto di caffè vagamente alcolico. La rosicata arriva ai cancelli, dove mi strappano il biglietto senza alcun criterio, piegandolo in due e prendendosene metà, anziché la sola matrice. Il tanto agognato feticcio è rovinato, trattengo (a fatica) le lacrime, che mio zio strozza già dal luccichio con qualche battutina delle sue e mi avvio nel percorso più emozionante di sempre. Dall'esterno delle scale che ci conducono ai Distinti s'intravede il verde del prato e quando salgo, mi sale pure il cuore in gola.

La prima volta di Maradona al San Paolo @LaPresse

Fin quando non arriviamo. Lassù. È il paradiso. Chi ha focalizzato gli occhi del piccolo Paul di "Febbre a 90" sa a cosa mi riferisco. Chi è entrato in uno stadio fino a inizio Anni 2000, possibilmente da piccolo, pure di più. Tutti gli altri si sono persi tanto. C'è solo cemento intorno, nessun seggiolino, eppure quel mondo racchiuso lì dentro è l'antitesi del grigio. Un tripudio di suoni e colori. Ne sono catturato. Si respira un'aria meravigliosa. Ottantamila persone, nessuna barriera, solo casino, c'è perfino un gemellaggio fra le due tifoserie che rende meno "nemica" la mia sfrontata dichiarazione di tifo avverso ai vicini di posto. Le ore passano in pochi secondi, io mi giro ovunque per catturare immagini che ancora ricordo nitide. E poi tocca alle squadre. Maradona da un lato, Falcao dall'altro. Il mio. Il loro primo incrocio italiano sarà anche l'ultimo. Vinciamo noi 2-1 e segna proprio Falcao l'1-0. A fine partita mio zio, più serio che faceto, mi dice che porto sfortuna. Testuale. Io ribatto che è il contrario, visto che la mia squadra ha vinto. Non la prende bene sul momento. Ma più avanti ci ripenserà e mi porterà ancora allo stadio. Tutte le volte che capito a Napoli in quegli anni splendidi e luminosi. Da lì in poi ci capiterò spesso, quasi sempre in occasione di big match. Divento sempre più innamorato della Roma, ma le partite dal vivo per un po' posso vederle ancora solo con Ennio.

E la mia sete di calcio live mi porta a godere spesso Maradona dal vivo: ammiro il gol al Milan di testa da 30 metri, quello dribblando mezza squadra e facendo finire due difensori in porta, un capolavoro su corner a quegli altri, un altro alla Juve, lo scontro fra titani con Baggio viola in fasce e milioni di magie. Più tutti i Napoli-Roma possibili, in cui incredibilmente resto imbattuto. Alla faccia della presunta sfortuna. Vedo anche, più grandicello ma ancora ragazzino, la semifinale di Italia 90. Intanto divento frequentatore abituale dell'Olimpico, che per me è Olimpo. Con sempre maggiore avidità di calcio. Ma con immutata emozione nel salire quelle scale fino a Lassù. Che cerco, per quanto possibile, di trasmettere a ogni neofita che capita a mia volta di portare con me. Proprio come faceva mio zio, col suo modo finto-burbero. Questo schifosissimo anno lo ha portato via. E ora che se n'è andato anche Maradona, mi piace pensare che si siano incontrati. Se ne va pure un pezzo della mia infanzia. Quello più prezioso, che ancora influenza la mia vita. Forse è per questo che la scomparsa di personaggi famosi mai direttamente conosciuti ci commuove. Fanno parte anche loro delle nostre personali pellicole.

Il calcio continua a scandire il mio calendario. Anche se gli stadi vuoti mi fanno ribrezzo e le partite attuali sono più prosa che poesia. Ma sono la mia prosa e c'è un tempo anche per quella. La poesia prima o poi tornerà. Quanto sta accadendo in queste ore a Napoli o in Argentina è più di una promessa. È testimonianza d'immortalità. Proprio come il 28 maggio 2017 a Roma, nel mio stadio. O il 26 maggio del 2019. Gli addii figurati o reali sono solo passaggi da mito a leggenda. Una roba che si può vivere solo in questa folle e magico dimensione. Dai, ora provate ancora a dirmi che il calcio è come tutti gli altri sport. O peggio, che è solo un gioco. Ricambierò col sorriso beffardo di mio zio mentre ci avviamo a salire le scale.
Fino a Lassù. Dove si schiude il campo, si ridiventa bambini e s'incontrano gli dei.

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