Ubaldo Righetti è uno dei migliori opinionisti calcistici italiani per qualità, competenza, garbo. Lo sanno gli ascoltatori di Tele Radio Stereo, i telespettatori di Roma Tv e quelli della Rai. Del suo passato da calciatore della Roma, campione d'Italia e vicecampione d'Europa, ha parlato anche recentemente al Romanista. L'altro giorno ci è venuto a trovare in redazione e abbiamo toccato altri aspetti, partendo sempre da un punto: la Roma. «La Roma sta dentro di me, come a ogni altro tifoso di questa città. All'epoca quando arrivavamo allo stadio la prima cosa che volevamo vedere era la Sud, li vedevamo e avevamo già segnato. E gli avversari lo sentivano, e cominciavano a perdere».

Della Roma di oggi sembri particolarmente legato a Di Francesco. Come nasce questa vicinanza?
«All'inizio  dalla semplice curiosità nei suoi confronti, sin dai tempi di Lecce. Poi ci siamo conosciuti a Pescara e in seguito ho molto apprezzato il Sassuolo. Se non potevo vedere le sue partite in diretta le registravo per rivederle. E ogni tanto ci sentivamo».

All'inizio alla Roma è stato clamorosamente sottovalutato.
«Eppure sta molto avanti. Hai visto quante volte ripete che bisogna migliorare la mentalità soprattutto dentro Trigoria? Piano piano lo sta facendo e tutti lo stanno seguendo. E poi è stato bravissimo a cambiare il pensiero tattico del Sassuolo mantenendo gli stessi principi. Lì non poteva giocare nella metà campo avversaria come fa ora».

Eppure lo hanno accusato di essere un integralista.
«Il suo integralismo semmai è un altro. Lui dice: vogliamo giocare a 3? Vogliamo giocare a 4? Basta che siamo tutti d'accordo e tutti convinti. Se vede che non è così, a un certo punto cambia, magari anche solo come mossa psicologica. Penso a Nainggolan, per esempio».

Cioè?
«Ricorderai che a un certo punto Radja ha cambiato posizione. Magari Eusebio non ne era convinto, ma doveva far capire al giocatore che non era quello il problema. E una volta che il giocatore capisce che il problema è un altro, allora si convince a lavorare su altri aspetti. Le parole a volte non bastano».

In che cosa ti ha colpito particolarmente? Magari una cosa che non ti aspettavi neanche.
«La sua capacità di gestire le pressioni. Non ha mai perso il controllo della squadra».

A gennaio ha passato un brutto periodo.
«Lì ha fatto un capolavoro con Dzeko. Non era certo di poter contare ancora a lungo su di lui. Ma gli ha trasmesso così tanta fiducia nonostante il momento delicato che quando poi Edin e la Roma hanno messo via l'idea del divorzio, lui ha trascinato la squadra fino all'ultimo giorno».

Sentendoti parlare, capendo la tua competenza, vedendo come analizzi le partite in tv e in radio, viene da pensare. Come mai hai cominciato a fare l'allenatore e hai smesso così presto?
«Dopo tre anni in serie C a sentirmi i complimenti di chi tifava o semplicemente vedeva le squadre che allenavo ero arrivato a un punto in cui avrei dovuto fare il salto. Ancora oggi mi chiamano tifosi o giocatori che ho allenato, ma non mi hanno più chiamato i dirigenti».

Perché?
«Perché allenavo a modo mio. Non sopporto le raccomandazioni, le ingerenze dei dirigenti e degli sponsor, le cattive gestioni. In quelle categorie, almeno dove sono stato io, devi lavorare soprattutto sugli aspetti psicologici. I problemi maggiori sono interni: stipendi che non arrivano, giocatori con la testa altrove perché non riescono neanche a pagare il mutuo, campi impossibili, strutture inadeguate, allenamenti complicati. O hai la fortuna di avere la chance in una categoria o una società migliore, o sei raccomandato. Ma io non credo alle raccomandazioni e magari non sono stato fortunato. Oppure, più semplicemente, altri sono stati più bravi e allenare non era per me. Mi sono divertito, mi sono preso belle soddisfazioni e grandi complimenti, ma vivere ogni anno gli stessi problemi, lontano da casa... Non fa per me».

Non sei stato mai, diciamo così, "accompagnato"?
«Lasciamo stare, anche a quei tempi c'era chi comandava dietro le quinte. Mi accompagnavano dei balordi, diciamo così. E allora meglio perderli che trovarli».

Rimpianti?
«Mi sarebbe piaciuto semmai affiancare qualche amico allenatore nel suo lavoro».

Te l'hanno mai offerto?
«Qualche discorso era stato avviato, con Allegri, con Ancelotti, tempo fa anche con Eusebio. Ma adesso sto bene così. Parlare di calcio liberamente mi piace da morire. E dove lo faccio oggi sto benissimo».

Hai allenato quasi solo al Sud.
«Dalla Lodigiani in giù, è vero. Esperienze formative al massimo, ma a volte strutture non all'altezza. E poco sport... Ancora ricordo i genitori che pagavano le sponsorizzazioni per vedere in rosa i figli. E pretendevano pure che giocassero... Ma ho passato anche bei momenti. La stagione di Gela è stata indimenticabile. Allo stadio veniva tutta la città».

E i balordi di cui parlavi prima?
«Gente di nessuna qualità. Organizzazioni per fortuna smascherate col tempo, dai giudici. Arroganti e meschini senza alcuna cultura sportiva che cercavano di imitare i modi spicci del loro grande capo senza però averne almeno un po' di spessore. Parliamo d'altro».

Da lì sei passato ad altro, ai commenti in tv.
«L'artefice fu Bruno Conti. Mi chiamò a Roma tv, poi arrivò la Rai e le radio. Ormai il mio mestiere è questo».

Ti piace chi gioca bene, tipo Sarri e Di Francesco, ma sei un grande amico di Allegri, che propone però concetti diversi.
«Max ha qualcosa che gli altri non hanno. Una capacità di intuizione quasi innaturale. Lui "vede" tutto prima. Qualche sera fa eravamo a cena, c'era anche Galeone, che a Pescara ci allenò. Max ribadiva quei concetti espressi in tv, sul fatto che oggi chi parla di calcio parla solo di tattica e di movimenti, come se il calcio fosse tutto lì. Allora ho chiesto a Galeone: "Mister, ma quanto è cambiato Max da quando lo allenava?". E lui: "Zero", proprio come mi aspettavo. Lui era un intuitivo anche da giocatore, lui non deve ragionare. Lo ha ammesso anche lui stesso, a fine campionato, quando ha rivelato l'errore commesso nella gara col Napoli: "Sì, ho ragionato troppo". Ed è vero. Lui gioca d'anticipo».

Capacità innate?
«Sa tutto di tutti, dei giocatori, delle squadre, degli allenatori, si informa, capisce il momento. Non gli sfugge niente. Ed è malleabile, intelligente. Ricordi quanto arrivò alla Juve? Voleva fare un calcio diverso, ma la squadra di Conte funzionava. Allora non cambiò niente, se non riducendo un po' la velocità. Poi col tempo ha cambiato tutto quello che voleva cambiare».

La vostra amicizia si è cementata in campo?
«Era un gan giocatore Max, ma anche un po' umorale. A volte mi diceva "Oggi non la piglio mai, non me la dare più la palla". E io mi incazzavo "E se non la dò a te a chi la dò?". Però già allora parlava da allenatore, non personalizzava mai le questioni, parlava sempre al plurale. Anche se obiettivamente non pensavo che potesse diventare un allenatore così bravo».

Com'era la formazione di quel Pescara di Galeone?
«Ovviamente 433. Davanti Pagano, Bivi e Massara; in mezzo Gelsi, Ceredi e Allegri; dietro i centrali eravamo io e Giacomo Di Chiara, Nobile a sinistra e Camplone a destra. In porta Marco Savorani».

Il preparatore dei portieri.
«Bravissimo».

E Ricky Massara esterno alto. Sei contento, a proposito, che torna alla Roma?
«Contentissimo. Un bel vantaggio per la Roma... Ha una passione bruciante per il calcio, non ha orari. L'ho visto ricevere telefonate e parlare di calciatori improbabili di campionati sconosciuti raccontando vita morte e miracoli. Sa tutto. E fa la fortuna di chi gli sta accanto».

Com'erano quelle giornate a Pescara?
«Io, Max e Ricky stavamo sempre insieme, anche se ogni tanto lui ci mollava».

Lui nel senso di Massara?
«Sì, ha sempre avuto quel senso del limite che io e Max all'epoca non avevamo. Anche nel mangiare. Nel ristorante dove andavamo sempre avevano messo proprio nel menù lo "Spaghetto Massara", un piatto semplicissimo».

Com'erano i ruoli?
«Max il trascinatore. Era un pazzo. Io quello che si faceva trascinare. Ricky era il saggio. Quante risate mamma mia».

E stranezze varie. Tipo quella di Allegri di mollare la donna praticamente il giorno della nozze.
«Mi presi io gli insulti anche per lui».

In che senso?
«Lui voleva sposarsi e convinse me e mia moglie Paola ad andare con loro in viaggio di nozze alla Bahamas. Anche il mio rapporto stava finendo, ma accettammo la proposta. E per il matrimonio un paio di giorni prima andammo a Livorno, per poi partire dopo la festa. Lo chiamai, lo trovai affranto».

Cioè?
«Mi ripeteva "non ce la faccio, non ce la faccio". Aveva cambiato idea, capii subito che non c'era verso, non si sarebbe sposato. Lo insultai: "Ma come, ci hai pure coinvolto nel viaggio". E lui: "Voi andate lo stesso". Noi partimmo, avevamo speso una cifra... lui se ne andò in Sardegna con Galeone».

E gli insulti?
«Chiamai la promessa sposa, se la prese anche con me...».

Ora con Ambra sembra più tranquillo.
«E pensare che lei gli piaceva già dai tempi di Non è la Rai. La guardava e mi diceva di amarla...»