Gli occhi, chico, gli occhi non mentono mai. La battuta è di un monumentale Al Pacino, il film Scarface. Una storia di trafficanti di droga. La dice al suo scagnozzo, rispondendo alle perplessità del ragazzo a proposito della sicurezza mostrata nel conquistare la donna del grande capo narcos. Ecco, nella notte tra martedì e mercoledì, mi è tornata in mente quella battuta che, se ci pensate bene, è una verità sacrosanta.

Mi è tornata in mente quando sono passato davanti al Roma store di via Appia, angolo via Saluzzo, tra Piazza Re di Roma e l'Alberone. Avevo cambiato di proposito la solita strada che faccio per tornare a casa. Da ore si parlava di file e resse davanti ai negozi colorati di giallorosso che la mattina successiva avrebbero messo in vendita i biglietti per l'Evento, Roma-Liverpool, due maggio, stadio Olimpico, ore venti e quarantacinque, semifinale Champions. Volevo andare a vedere quell'amore.

Mi sono fermato con la macchina. Mi sono accontentato di un improbabile parcheggio, tanto è tardi che vuoi che passano i vigili? Sono sceso. Ho incontrato il nostro fotografo che già ne aveva scattate centinaia. E ho visto. Una marea di gente, centinaia di persone. Ho visto occhi giovani. Occhi con qualche ruga. Occhi di ragazzine. Occhi di pischelli. Occhi di signore profumate e signori eleganti. Occhi truccati. Occhi sfuggenti. Occhi mediterranei. Occhi preoccupati. Occhi speranzosi. Occhi sicuri. Occhi balbettanti. Occhi ingenui. Occhi malandrini. Occhi neri, marroni, azzurri, verdi. Occhi stanchi. Occhi felici. Occhi incazzati, forse sapendo che nonostante quell'odissea, sarebbe stata un'impresa garantirsi il biglietto per la sfida che aspettiamo da trentaquattro anni. Occhi così diversi, ma così uguali.

Perché tutti trasmettevano un'emozione, un sentimento, un amore totale nei confronti della Roma. Quegli occhi guardavano tutti nella stessa direzione. Al centro di quel gruppo che si stava ingrossando con il passare dei minuti. Era in corso l'appello, un po' come quando andavamo a scuola. Chi aveva preso il numeretto in precedenza, doveva rispondere, altrimenti addio, eri fuori dal sogno, dal poter dire io quella sera c'ero. Rispondevano tutti, un'alzata di mano, un presente, un eccomi qua, un sono qui. Perché nessuno voleva rischiare di perdere quel piccolo, eventuale, vantaggio per assicurarsi il biglietto per l'Evento. La notte è stata scandita da quegli appelli, vietato disertarne anche soltanto uno.

Mi sono vergognato. Del privilegio di essere un addetto ai lavori, nessuna fila da fare, nessuna nottata in bianco, nessun appello, nessuna speranza di farcela, nessuna enorme delusione di non avercela fatta a vantaggio di quella vergogna che è il secondary ticketing. Il mio sguardo l'ho rialzato solo quando sono arrivato a casa. Mi sono guardato allo specchio. Ho visto i miei occhi. Erano gli stessi di quella gente che avevo incrociato davanti al Roma store, quella gente che mi auguro sia riuscita a investire i soldi del proprio lavoro in un sogno chiamato Roma-Liverpool. Erano, sono, occhi innamorati.