Devo da di' la verità: nun ce credevo. Quanno, dopo ave' rischiato ‘n artro infarto contro lo Shakthar, Sheva, giocanno co' le palline carde e fredde, aveva estratto la nostra immediatamente dopo quella del Barcellona, dopo avergli inviato tutti l'insurti che potevo, m'è venuta in mente ‘na vecchia canzone de Bobby Solo (se nun sapete quale fosse, nun è corpa mia).

Per questo, nonostante molti amici mi sollecitassero all'acquisto del biglietto (mia figlia no, lei lo sapeva che mi' nipote avrebbe rischiato de cresce' senza nonno), ho declinato l'invito.  Mi sarebbe stato sufficiente nun esse' umiliato da quelli che ritenevo i più forti del mondo.

Tarmente forti che hanno, spocchiosamente, voluto ignorare la sacra scaramanzia, che nel calcio resta l'unica scienza esatta. Er pasticcino, le risate in diretta radiofonica. Ma che te ridi, ma lo sai come se dice a Roma?

Certo, al Camp Nou qualche cosa si era riaccesa, ma poi l'ennesimo arbitro olandese (come quello dell'Atletico Madrid di molti anni fa, o quello che convalidò proprio al Barça un gol viziato e perdonò quel galantuomo di Suarez, autore di un fallo volontario contro Coso), con gli obbrobri che tutti sappiamo, aveva indirizzato la partita dalla parte dei potenti.

Mo che voi fa'? Recupera' a questi tre go'? Allora sei scemo e puro un po' impunito. Che dichi? Che ‘na quindicina de anni fa li avemo fatti? Vero, ma erano ‘n'artra Roma e ‘n artro Barça. Dai, lassa sta'. E ‘nvece è successo quello che è successo. Tutti a piagne come quarche mese fa, quanno er più grande giocatore de tutti i tempi c'ha confessato de amacce. Solo che allora era un pezzo de vita che ce lassava, stavolta era un sogno che si materializzava in realtà.
E giù a piagne.

Mo' che te devo di', caro campione més que un club, caro gufo, caro opinionista o giornalista che hai sputato veleno fino all'artro giorno e oggi te sei rimagnato tutto?
Te la ricordi la poesia che Totti lesse da Fiorello dopo l'infortunio del 2006? Si nun te la ricordi, nun è corpa mia.