Delle cifre, dei record, dei clean sheet, di Alisson disoccupato e della statura mondiale di Dzeko abbiamo scritto e scriveremo tanto anche nei prossimi giorni su questo giornale unico, pazzo e appassionato proprio come questa squadra. Ma forse una riflessione qui e ora è necessaria per parlare anche dell'anima di un gruppo che solleticato sul vivo di un orgoglio che pareva sopito è stato capace di due prodezze di inatteso valore, trionfando a Napoli (e così rimettendo in discussione i valori del campionato) e eliminando ieri sera uno Shakhtar fortissimo, e così lanciando un segnale (al pari dell'impresa di Montella col suo Siviglia) di novità tutta italiana ai quarti di questa Champions League, con due squadre tra le prime otto d'Europa.

Imprese che pochi pensavano fossero nelle corde di una squadra e di un allenatore che sono stati addirittura vilipesi nei momenti più bui di gennaio e di febbraio per aver collezionato tutte insieme le incertezze che solitamente una squadra nuova e in costruzione distribuisce in maniera uniforme nel suo percorso di crescita.

Due squadre simili, quel Napoli e questo Shakhtar, con grandi valori tecnici e preparatissime guide tattiche, eppure costrette ad inchinarsi una dopo l'altra, a distanza di dieci giorni, di fronte alla grandezza della Roma, che non ha la velocità, non ha la capacità di palleggio, non ha l'incisività e la tecnica, ma è diventata una squadra fatta da giganti che esultano dopo una scivolata vincente, che si abbracciano da lontano dopo un gol (De Rossi che invece di raggiungere il mucchio preferisce non lasciare solo Alisson nella gioia), che combattono sul filo dell'acqua tenendo a volte la testa sotto e rialzandola quando meno te l'aspetti, che s'indignano per un gesto violento nei confronti di un ragazzino e lo vanno a difendere anche a costo di subire provvedimenti arbitrali (a proposito, quella vigliaccata di Ferreyra avrebbe meritato l'espulsione), che sanno andare oltre un torto arbitrale (quel fuorigioco fischiato nel primo tempo a Ünder), che fanno gruppo a fine partita con i panchinari tra i più scatenati, in comunione con il pubblico in visibilio. Anima da romanisti.