Al di qua o al di là della linea? Ce lo siamo chiesto per alcuni, lunghissimi, secondi, il 6 gennaio 2015. Era gol, il colpo di testa di Davide Astori su cross di Francesco Totti. Se ne accorse l'arbitro ma non l'assistente di porta. Se ne accorsero tutti, ma fecero finta di no, tirarono fuori la parallasse e altre parolacce pur di provare a dimostrare che non era gol. Si capisce, la Roma era a -1 dalla Juve capolista, fermata sul pareggio dall'Inter. Non è mai più stata così vicina alla vetta, da quel gol di Davide Astori, che intanto già viaggiava al di là delle polemiche. «Domani è il mio compleanno, mi sono fatto un bel regalo». Lo festeggiò il giorno dopo negli studi di Roma Radio, dove era già stato ospite un paio di mesi prima, ricevendo la telefonata a sorpresa di un tale Pasquale da Ascoli. Lo scherzo durò poco, come quelli belli. Riconobbe subito Mattia Destro, da cui aveva ricevuto uno schiaffo durante Cagliari-Roma dell'anno prima, episodio divenuto poi l'unico caso di prova tv usata per un fatto visto dall'arbitro. Tre giornate a Destro. I due erano tornati amici subito dopo e per Destro-Pasquale lui era «uno splendido compagno di squadra».

Anche lì, Davide viaggiò subito al di là delle polemiche. Viaggiare. Amava farlo, ma a modo suo: giro dell'India zaino in spalla. E già questo rende l'idea di un tipo diverso dagli altri. Lo leggi negli occhi e nelle parole di chi lo ha conosciuto, ma a quel punto non è come se lo conoscessi. Ti viene il rammarico di non averlo conosciuto. Il suo viaggio nel mondo del calcio era iniziato a San Pellegrino Terme, dove non era nato solo perché l'ospedale è poco al di là, a San Giovanni Bianco. Un debito in educazione fisica, che diventa un credito da riscuotere quando lo chiama il Milan. Pendolare per un po'. Di qua, il cortile del condominio e l'oratorio, dove le porte da calcio servivano come sostegno dei canestri del campo di basket. Di là, il Milan. Passa per Pizzighettone e Cremonese, prima di essere venduto al Cagliari. Il primo gol in Serie A arriva proprio contro la Fiorentina, la squadra di cui era Capitano e contro cui fa il suo esordio nel 2014 con la maglia della Roma.

Il suo arrivo fu un derby vinto, perché il giorno prima sembrava dovesse essere acquistato dalla Lazio e il giorno dopo partiva con la Roma per la tournée negli Stati Uniti. "L'Astori siamo noi", titolammo. Al di qua o al di là della linea? Davide non sbagliava mai. La Roma gli ha dato la Champions League e lo ha riportato in Nazionale, che comunque già frequentava da un bel po', dai tempi della rappresentativa Under 18. Nella Confederations Cup 2013 era diventato il primo giocatore del Cagliari a far gol con la maglia azzurra dopo Gigi Riva, contro l'Uruguay di Muslera. Un altro derby vinto, come quello che chiuse la sua avventura alla Roma, con gol di Yanga-Mbiwa, colui con cui si alternava accanto a Manolas. Giocò più di quanto non era stato messo in preventivo, perché chi si trovò al di qua o al di là della vita in quel periodo fu Castan. Sostituito proprio da Astori alla fine del primo tempo di Empoli-Roma per dedicarsi a partite ben più delicate. Andò così per tutta la stagione: Manolas e poi uno tra Yanga-Mbiwa e Astori, che andò meglio nel girone d'andata, mentre il francese ebbe più presenze (una soprattutto...) nel girone di ritorno. Poi la Fiorentina, che prima lo riscatta e poi ne fa il Capitano, evidentemente perché lì in tanti hanno avuto la fortuna di averlo conosciuto.

Ieri a Trigoria, dove pure mancava da tre anni, il vuoto che ha lasciato si poteva toccare con mano. Non è eccessivo dire che, oltre a lasciare un vuoto nel cuore di tutti, al calcio italiano lascia in eredità la goal line technology, proprio a causa di quel gol (e non "non gol") segnato proprio a Udine. Già, Udine. Il destino, quando ci si mette, fa le cose in maniera spaventosa. Sabato sera, sul 3-1 per la Roma, c'è stata una punizione in area per il Napoli. Florenzi ha respinto sulla linea e, grazie alla goal line technology, nessuno si è chiesto se il pallone fosse al di qua o al di là della linea. Davide Astori, invece, stava per andare aldilà. Purtroppo.