È il momento dei calciatori. Non solo Costacurta e Corradi, sponsored by Tommasi, ma anche Nainggolan, Dzeko, De Rossi, Florenzi e tutti gli altri e mettiamoci pure Totti che in fondo anche lui un ruolo morale potrebbe ritagliarselo e anche lui è nel cuore di Malagò, e in giorni come questi altro che la divina provvidenza. Per salvare la Roma - in fondo per molti di noi la Roma è il calcio - ora tocca ai calciatori. E se adesso i giornali hanno capito che il ruolo dell'ex centrocampista della Roma dello scudetto è stato determinante per creare le condizioni di una vera svolta per il governo del calcio nazionale (che risate a rileggere oggi quei vaticini in cui si scriveva che Tommasi si sarebbe dovuto ritirare per dignità perché non avrebbe mai avuto i numeri per concorrere quale presidente della Figc, quando era chiaro già dai giorni della sua candidatura che sarebbe stata l'unica alternativa al caos che infatti adesso il Coni risolverà promuovendo i calciatori/commissari), ora è il momento degli altri calciatori che abbiamo a cuore, quelli della Roma per l'appunto, di doversi assumere tutte le necessarie responsabilità.

Se una squadra è in crisi che tipo di avversari si augura di avere di fronte nelle due partite in cui non si può più sbagliare niente? Diciamo contro le ultime due squadre del campionato? E magari anche quelle che hanno dimostrato di avere le difese colabrodo? Ecco, tra domani (Verona, ore 12,30) e domenica prossima (in casa col Benevento, ore 20,45) la Roma affronterà le ultime due squadre della serie A i cui portieri hanno finora raccolto nelle proprie porte qualcosa come 94 palloni (45 i gialloblù, 49 i giallorossi campani). All'andata del resto la Roma ottenne effetto balsamico proprio dal crescendo di impegni che il calendario le propose dopo quell'incerto avvio di stagione, tra la poco convincente vittoria di Bergamo, la sconfitta con mille rimpianti con l'Inter, il rinvio della sfida di Genova, appena recuperata, e il pareggio modesto con l'Atletico Madrid (che quel giorno sembrò di un altro pianeta e invece oggi è in Europa League). In Champions invece c'è ancora la Roma e ancora una volta il calendario piazzerà l'impegno internazionale proprio dopo tre partite di riscaldamento (Verona, Benevento e Udinese).

All'andata, la Roma in queste tre sfide segnò dieci gol e ne incassò una al tramonto della terza e tanto bastò per fare andare Di Francesco su tutte le furie. Erano i tempi in cui la squadra, presa fiducia, cominciò a funzionare a meraviglia e quel gol incassato (il 3-1 finale con l'Udinese) dal carneade Stryger Larsen (1.280 minuti giocati finora in serie A, ovviamente un solo gol) fu la causa di una solenne arrabbiatura del tecnico: «È importante che la squadra capisca che non si deve mai abbassare la guardia. Quel gol al 90' mi ha fatto proprio arrabbiare». Con il Verona cominciò un ciclo di cinque vittorie consecutive (compresa quella di Baku in Champions sul campo del Qarabag) che s'interruppe solo di fronte al Napoli all'Olimpico. E anche ora il calendario propone cinque partite prima della sfida col Napoli (tra cui una in Champions, a Charkiv, contro lo Shakhtar). Insomma, se la teoria dei corsi e dei ricorsi funziona sempre quando qualcosa può andar male, perché non pensare che a volte trovi riscontri anche quando ci si avvia verso la concatenazione di eventi positivi?

Per aiutare il destino, però, ora è necessario l'intervento dei calciatori. E così torniamo al discorso di partenza. Perché la società ha cominciato il suo percorso di autocritica e di apertura nei confronti dell'esterno (clicca qui per leggere il resoconto del confronto con la stampa sul mercato e non solo), l'allenatore (al netto dei fantasiosi racconti sui suoi tentativi di smarcarsi dalle responsabilità mostrando i dati della produzione offensiva della sua squadra, tipico esempio di come i media spesso riescano a rigettare ogni tentativo di approfondimento "culturale" che scenda al di sotto della superficie visibile a tutti) è macerato dai dubbi e sicuramente deluso da se stesso eppure è convinto di poter dare le indicazioni giuste alla squadra per uscire dalla crisi e dunque ora tocca ai calciatori fare la loro parte, senza chiacchiere e selfie social, ma con la testa e le gambe giuste per poter rimediare ad una situazione incresciosa. Il gruppo è solido ed è con l'allenatore. Forte è la voglia di fare qualcosa per lui, per dimostrare al mondo che il problema non è quel signore che poco più di un mese fa era stato descritto da Daniele De Rossi come il miglior attore protagonista di sempre del film "Storia dei primi sei mesi di un allenatore a Trigoria". Si potrebbe pensare a un gesto eclatante e simbolico, a un sostegno via social, a un abbraccio collettivo dopo un gol oppure semplicemente al compimento del proprio lavoro, sul campo, con i fatti e meno con le chiacchiere. Ognuno, in fondo, ha qualcosa da farsi perdonare: tra espulsioni inopportune e sovraesposizioni virtuali, tra sventatezze tattiche e approssimazioni tecniche, tra trascuratezze professionali e scarso senso di appartenenza, il campionario è vasto ed è inutile ora indicare col ditino chi ha fatto bene e chi no.

Una squadra, in quanto tale, risponde in blocco e non per singole responsabilità. Quelle, semmai, vanno individuate all'interno dello spogliatoio. Ma se è vero quello che ci hanno raccontato in quei sei mesi mirabolanti allora non può essersi perso tutto nei selfie alle Maldive o nelle chiacchiere di mercato. Il gruppo è quello (con in meno un Emerson Palmieri e un Moreno, in totale 242 minuti di campionato giocati, e con in più un Jonathan Silva, 4 presenze nel campionato portoghese dall'inizio, l'ultima il 5 novembre, e un Capradossi, 9 presenze in serie B dall'inizio, l'ultima il 4 novembre) e anche numericamente non è stato toccato. La squadra ha mostrato di sapere giocare bene. Ora basta alibi, è il momento di ripartire. Ricomincia da tre. Verona, Benevento e Udinese. All'andata ha portato bene.