Gennaio e dicembre, l'inizio e la fine, il brutto e il bello. L'alfa e l'omega del 2019 della Roma hanno Firenze come costante. Ma Firenze questa volta dev'essere rottura definitiva con quel passato, cortocircuito, squarcio. E insieme conferma di rinnovamento. Del nuovo spirito battagliero che anima la squadra in questa stagione. Nessuna canzone triste, più nessuno fottuto di malinconia. Semmai da lì la porti un bacione, anche due, tre e perché no, sette.

C'è un'onta da lavare e a dirla tutta anche un torto da vendicare: ben prima della vergognosa serata di Coppa Italia, al Franchi è arrivato uno di quegli scempi arbitrali che soltanto la Roma riesce a subire, un calcio sulla testa del portiere che diventa rigore a favore di chi la pedata l'ha sferrata. L'anno scorso tutto quello che poteva andare storto coi viola è andato stortissimo, in una sorta di elevazione al quadrato della legge di Murphy. Ma con la nuova gestione i paradossi sono finalmente stati messi al bando e la squadra di Fonseca non è preda di alcun circolo vizioso.

Non nella forma, che la trova quadrata, spigolosa, pronta a ribattere colpo su colpo alle ingiustizie, agli infortuni e perfino alla sfortuna, da sempre mito incapacitante da queste parti, ma ora sfidata con l'irriverenza di chi è gagliardo e tosto; e tantomeno nella sostanza, che sta diventando sempre più da gruppo consapevole dei propri mezzi, come il piglio esibito a San Siro ha suffragato. Lo snodo è tutto qui. In una fine d'anno che deve raddrizzare quell'inizio così storto e malinconico da infondere malessere. Mentre oggi la Roma è l'emblema della vigoria, se non della salute (ancora troppi guai fisici): lo è come collettivo, lo è nei singoli.

A partire dai rigenerati dell'ultima sciagurata stagione: Dzeko, Kluivert, Pellegrini, Perotti, lo stesso Florenzi ammirato nell'ultima gara. A loro tocca ricordare (bene) quelle due trasferte fiorentine per poi cancellarle. Ai nuovi che tanto bene si sono calati nella realtà giallorossa il compito di infondere nuova linfa, oltrepassando la vendetta fine a se stessa. Per mirare a qualcosa di più grande: la conferma di una crescita già in atto. In classifica. E nella testa.