Era il maggio di esattamente trent'anni or sono quando un testo scritto da David Gilmour e Anthony Moore iniziò ad esser registrato per poi divenire, in settembre, il secondo brano dell'album "A momentary lapse of reason". Per chi non conoscesse "On the turning away", si parla dei Pink Floyd, ma si potrebbe facilmente notare come in realtà si stia parlando della Roma. Anzi, dei romanisti. Quel popolo che in parte scelse il silenzio unendosi in un tacito accordo, per rubare le parole a chi consapevolmente scrisse un brano capace di influenzare le coscienze di intere generazioni. In una calda giornata settembrina di oltre due anni fa, di quelle che solo questa città sa regalare, in mille e ancor più, a poche ore da un Roma-Sassuolo si riunirono ai piedi dell'Olimpico mentre il sole era alto e nessuna nuvola poteva coprirne la bellezza. Una domenica con la partita in programma alle 15, nulla avrebbe potuto distogliere l'attenzione di molti. Tranne la difesa a bandiera tratta di un settore che per decenni aveva visto crescere migliaia di romani e non, romanisti e persone diventate tali anche grazie all'operato di quello spicchio un tempo scoperto e poi ricoperto come se avessero voluto imprigionarne il contenuto. La Curva Sud nella parte finale del 2015 non era più quella dei padri e dei padri dei padri prima di loro, ma un ambiente tetro reso rigido proprio dalla rigidità con cui qualcuno aveva deciso di combattere qualcosa, un "mostro a tre teste" di mitologica immaginazione e infernal memoria. Fuori per scelta lasciando all'interno un silenzio assordante, mentre per novanta e più minuti i loro canti furono capaci di rompere le barriere dello spazio per giungere fino alle orecchie di chi dentro c'era davvero a sostenere una Roma in difficoltà ed esultare per la trecentesima rete di un capitano ormai sulla via del tramonto. C'erano romanisti sui gradoni e romanisti per la strada, divisi dalle scelte e dal riaffiorare prepotente di una lotta intestina basata sull'elargizione di patenti di tifo senza voler ascoltar ragione. Le ragioni degli altri. Di quel Roma-Sassuolo del settembre 2015 non resta soltanto il ricordo di un passato tanto vicino quanto doloroso, ma impronte di un lungo peregrinare e cicatrici ben visibili ad occhio nudo. Visibili come gli ampi spazi vuoti che ieri pomeriggio hanno caratterizzato anche il settore da tutto esaurito per antonomasia.

E mentre la Roma arrancava provando a render meno aspro il sapore di questa ultima curva dell'anno, la curva e lo stadio tutto applaudiva un giocatore in evidente difficoltà (e massacrato sui social network e anche un po' altrove) uscire dal campo con l'immagine di un errore macroscopico ancora nella mente. Non che sia stata la miglior performance del tifo, anzi probabilmente per scarsa coordinazione e rabbia, di quella che ammutolisce, forse si può parlare a ragione di una delle peggiori degli ultimi tempi. Eppure erano tutti lì a spingere a modo loro la Roma contro il Sassuolo, come quei vasi rotti che gli antichi giapponesi amavano aggiustare utilizzando l'oro colato. Ad imbellirne i segni di una violenza, per render pregio un difetto. C'erano facce sconvolte, volti amareggiati e increduli, speranze che volavan via come foglie d'autunno. Ma almeno c'erano tutti, i romanisti. C'erano e ci saranno anche se il futuro regalerà l'ennesima stagione da "vorrei ma non posso". Quello è il loro compito. Esserci ed esser ciò che son sempre stati, con la loro innocente ingenuità di chi continua a credere in qualcosa che forse non arriverà. Esserci come medicina migliore per smaltire la delusione di chi è vero che vuol solo stare con lei e cantare per lei. Ma vuole soprattutto vincere. Che non si dica però che non ci abbiano provato, tutti insieme in un sogno d'orgoglio come quella canzone dei Pink Floyd sul voltar le spalle. Alla Roma non si può voltarle, mai.