Un pallone sul dischetto, un ragazzo di trentadue anni - numero 10 sulle spalle - e davanti a lui sette metri di porta, difesi da un portiere che ha passato tre anni con la maglia di quegli altri. È il 16 gennaio 2008, all'Olimpico fa un freddo cane e nel corso del primo tempo è venuta giù tanta di quell'acqua che i circa trentamila presenti all'Olimpico sono fradici fino al midollo. Francesco Totti prende la rincorsa e aspetta il fischio di Dondarini. Siamo sul 2-0 e il Capitano ha sui piedi la palla del tris. È stato lui a cambiare la partita, a stravolgerla, a rigirarla come un pedalino a suo piacimento. Entrato in campo al 13' del secondo tempo al posto di Vucinic, Francesco ha acceso la Roma, l'ha stappata come una bottiglia di champagne. Dopo appena un minuto dal suo ingresso sul terreno di gioco, Mancini ci ha regalato il vantaggio.

Vantaggio relativo, perché dopo la sconfitta per 3-1 rimediata nella gara d'andata degli ottavi di finale, ci serve ancora una rete per completare la rimonta e proseguire l'assalto alla seconda Coppa Italia di fila. Tre minuti gli bastano per apporre anche il suo sigillo. Qualcuno sostiene sia una sorta di record. Non può sapere, quel qualcuno, che otto anni dopo - sempre contro i granata - gli basteranno ventidue secondi, ma questa è un'altra storia. Al 16' raccoglie il cross basso di uno scatenato Giuly, anzi, gli basta metterci il piattone per battere Sereni e completare la rimonta: 2-0 per noi. 198 volte dopo il 4 settembre 1994, quando un ragazzino non ancora maggiorenne portava in vantaggio la Roma contro il Foggia. Esulta come allora, come un bambino che non si stancherà mai di giocare a calcio, come un uomo ormai quarantenne che parlerà del "maledetto tempo" che lo sta costringendo ad appendere gli scarpini al chiodo.

Passano due soli minuti e conquistiamo un calcio di rigore. C'è la possibilità di fare 200, duezerozero sempre con la stessa maglia. Che poi c'è sempre quella questione di Bayer Leverkusen-Roma, la sua punizione deviata da Ramelow, che alcuni considerano un suo gol, altri un'autorete. La verità è che poco importa: i numeri sono solo numeri, freddi dati statistici che non raccontano nulla delle emozioni, delle lacrime di gioia e di delusione, degli abbracci in campo e di quelli in Curva, dei "goooool!" urlati a pieni polmoni e di quelli che invece sono rimasti strozzati in gola, delle palpitazioni durante centinaia di minuti finali e delle esplosioni liberatorie braccia al cielo, dei successi ottenuti e di quelli solo sfiorati. Un pezzo di vita, soprattutto della vita dei Romanisti, non potrà mai ridursi ad un numero. Perciò che sia 199 o 200 non fa differenza. L'unica cosa che conta è che la sua fucilata centrale si infila sotto la traversa mentre Sereni si butta alla sua destra e non può fare altro che ringraziare il cielo di non essere rimasto fermo, altrimenti quel pallone gli avrebbe probabilmente staccato la testa. A firmare il 4-0 ci pensa Giuly nel finale: il poker è servito, la corsa verso la nona Coppa Italia della nostra storia è ufficialmente iniziata. La Curva Sud canta, la Roma vince e tutta la pioggia presa nel corso dei novanta minuti non solo è sopportabile, ma quasi piacevole.

FRANCESCO BATTE IL TEMPO

«Maledetto tempo...», sospirerà il 28 maggio del 2017. Eppure, Francesco il tempo l'ha battuto in più di una circostanza. L'ha battuto nel 2006, quando a tempo di record ha recuperato dall'infortunio e si è laureato Campione del Mondo con la Nazionale italiana, l'ha battuto quando con una spaccata che sfidava ogni legge fisica a 38 anni ha pareggiato un derby che al termine del primo tempo sembrava perso. L'ha battuto il 20 aprile 2016, ancora una volta contro il Torino, che evidentemente lo stimola particolarmente, quando si tratta di sfidare i minuti e i secondi. Secondi, sì: gliene bastano 22. Quelli che impiega ad entrare in campo all'86', quando siamo sotto 2-1, e a raggiungere il centro dell'area. Quindi la punizione dalla destra di Pjanic spizzata di testa e lui che spunta sul secondo palo, letteralmente si materializza e con un colpo da bomber consumato sigla il pari. Al primo pallone toccato la butta dentro. Ma mica è finita qui...

Perché se tre giorni prima si è accontentato di siglare il pareggio a Bergamo contro l'Atalanta, stavolta mira al miracolo vero e proprio: plasmare il tempo a suo piacimento, renderlo liquido come gli orologi in quel quadro di Dalì, "La persistenza della memoria". Passano altri sessanta secondi esatti e conquistiamo un calcio di rigore. Sul dischetto va lui. Anche stavolta, come in quella sera di gennaio di otto anni prima, non ha la fascia al braccio, perché è entrato a partita in corsa. Il 10 invece è sempre lì, saldamente sulle spalle. Fischio dell'arbitro, un saltello e quindi la rincorsa. Tiro secco, deciso, angolato. Gol. Il tempo è piegato.