Il nodo della cravatta bordeaux - un po' largo e demodè, strano per un uomo che bada alla sostanza ma anche alla forma - stringe e non aiuta. Eppure per tutto il corso della sua prima conferenza stampa romanista Paulo Fonseca non ha tradito colpi di calore, non ha sudato, non è sembrato neanche emozionato. Faceva caldo per gli altri, per i cronisti ammassati sulle sedie, per i fotografi che scarrellavano i loro clic ad ogni cambio di espressione coprendo a volte la sua cadenza musicale ma non stentorea, per Petrachi che si è appena presentato e già deve presentare (con un occhio sempre vigile al cellulare, per le cento trattative che sta portando avanti), per gli spettatori interessati ad ascoltare in piedi (tra cui Ubaldo Righetti e Vito Scala, alla prima uscita "pubblica" nella Roma senza Totti, e qualcosa vorrà dire) e per i tifosi che collegati in diretta via radio hanno ascoltato rapiti per una quarantina di minuti il loro nuovo allenatore esprimere concetti semplici, ma efficaci, un po' come lui vorrebbe che diventasse presto la Roma.
Non ha promesso trofei, ma si è detto convinto di vincerne: la differenza è fondamentale. Se non accadrà, non saranno stati fatti fessi i tifosi, ma il fesso sarà lui. Non si è dilungato a raccontare particolari filosofie calcistiche e, lui che non ha mai nascosto di ispirarsi a Guardiola (e a Sarri, che ha battuto in Champions League e che ritroverà in prima fila in serie A), ha pure specificato che un allenatore "è" i risultati che riesce a raggiungere. Non ha parlato della "sua" Roma, ma della Roma "di tutti" e ha scacciato vecchi fantasmi sugli scomodi paragoni con il destino degli altri allenatori affermando con fierezza che la paura è un sentimento che non conosce.

L'ottavo allenatore dell'era americana non ha lisciato troppo il pelo neanche ai tifosi quando ha dovuto far riferimento al confronto di Champions League di sedici mesi fa: amareggiato com'era quella sera per la sconfitta della sua squadra, non aveva neanche badato particolarmente all'atmosfera dello stadio. E non si è soffermato neanche sui simboli del romanismo che non ci sono più. Nessuno gli accollerà la decisione di rinunciare a De Rossi (evidentemente la storiella lasciata trapelare che il "futuro" allenatore della Roma non avrebbe gradito averlo in rosa è scaduta con i no di Conte e Gasperini, a Fonseca non gliel'hanno neanche fatto in tempo a chiedere), per lui Totti resterà solo l'icona sul campo che è stata per tutti per 25 anni. Ma adesso si guarda al futuro e ieri i tifosi lo hanno fatto attraverso questo omone di 46 anni che parlerà poco e lavorerà tanto per provare a costruire, da stamattina alle 9,30, una squadra vincente da un gruppo un po' depresso e sfiduciato. Non sarà facile, merita di essere accompagnato con attenzione.