«Nessun calciatore può rimanere indifferente all'atmosfera emozionante del derby: senti di rappresentare i tifosi e perciò sei chiamato a dare il massimo». Paolo Conti conosce bene le sensazioni e le emozioni che la stracittadina sa regalare a chi scende in campo. Quando, nel 1973, arriva a Roma, inizia la stagione come vice di Alberto Ginulfi, ma ben presto conquista la maglia numero 1 e la cede soltanto a un mostro sacro come Franco Tancredi: in totale difende i pali giallorossi per 200 volte e, prima di accasarsi al Verona, si toglie la soddisfazione di vincere una Coppa Italia. Negli Anni 70 è il prototipo del portiere moderno, bravo non solo con le mani, ma anche con i piedi, e in uscita. L'ultimo derby romano lo disputa esattamente trentanove anni fa, il 2 marzo 1980: vinciamo 2-1 grazie ai gol di Pruzzo e Giovannelli; un successo che arriva a cinque minuti dal 90' e che regala alla Sud una gioia immensa.

Come viveva i derby?
«È una partita molto particolare, ad altissima intensità emotiva, capace di prosciugarti per certi versi. Ci sono giocatori che avvertono maggiormente quest'atmosfera, altri che invece riescono a essere più freddi».

Lei a quale categoria apparteneva?
«Sentivo molto queste partite, non posso negarlo. Ma bisogna saper controllare le emozioni durante i novanta minuti di gioco, altrimenti rischi di esserne travolto. La tensione deve farti rendere al meglio, se finisce per bloccarti diventa pericolosa».

Fermo restando che sono i calciatori ad andare in campo, quanto possono incidere i tifosi in una gara del genere?
«Moltissimo, possono fare la differenza. Sentire l'urlo della folla ti spinge a dare il massimo e a spingerti oltre i tuoi limiti: il canto della Curva Sud ti fa capire che sei il loro rappresentante in campo. Questo inevitabilmente ti dà forza ed entusiasmo. Non sempre riesci a ripagare il loro calore, ma questo è il calcio, così vanno le cose. Di certo la spinta dagli spalti è un motivo in più per fare bene».

Che ricordi ha delle sfide contro i biancocelesti?
«Le nostre erano gare molto combattute, sia sul piano atletico e tecnico, sia su quello emotivo e mentale: all'epoca avevano grandi giocatori, ma noi non eravamo da meno».

L'avversario più ostico?
«Ce n'erano molti, a dire la verità. Giorgio Chinaglia, Bruno Giordano, Vincenzo D'Amico... Se dovessi dirne uno su tutti, però, citerei Chinaglia: un calciatore dirompente come pochi».

Dai derby di ieri passiamo a quello di oggi: che partita si aspetta?
«Difficile, come tutte le stracittadine del resto. Una gara in cui servirà mantenere i nervi saldi e lottare fino all'ultimo istante. I pronostici lasciano il tempo che trovano, questa è una sfida che spesso sfugge a qualsiasi previsione».

Chi può essere il pratagonista della Roma?
«Ci sono tanti giocatori di personalità nella rosa di Di Francesco: penso a Dzeko, un vero campione, ma anche a De Rossi».

Un giudizio su Olsen?
«È un ottimo portiere, mi piace. Non so se ai livelli di Alisson, ma sicuramente affidabile».

La Roma è attesa da una settimana importante: dopo il derby, il Porto.
«Sì, ci si gioca molto. La squadra mi sembra ancora in cerca di una sua identità ben definita, ma gli innesti estivi sono stati importanti: bisogna subire di meno, però. A partire da oggi, mi auguro»