Il nodo della faccenda, più filosofica che pratica, sta nel capire se sia rilevante "anche" trovarsi al punto giusto per segnare/sbagliare un gol e non "soltanto" segnare/sbagliare un gol. Conta segnare, questo è pacifico. Lo sanno anche i bambini e/o chi non sa neppure cosa sia il calcio. Non c'è bisogno di scomodare più di tanto il cervello. Non segnare, però, non è il male assoluto.
È un male profondo, feroce, deleterio ma che va interpretato. Perché uno sbaglia solo se si era fatto trovare al punto giusto e al momento giusto per segnare. Insomma, non stava da tutt'altra parte; non stava a dieci metri da quel pallone; non stava in mezzo al campo a pensare ai fatti suoi. L'errore fa parte del gioco. Dà fastidio sentirlo dire o leggerlo, ma è così. È evidente che nessuno si augura di fare i conti con un errore, tutti vorremmo la perfezione, ma non esistono calciatori che trasformano in gol il cento per cento delle occasioni capitate sui loro piedi. L'errore ci può stare, anche se non dovrebbe starci. Ecco che i problemi grossi, in realtà, nascono quando l'errore diventa ripetitivo. Quando lo sbaglio diventa un'abitudine e non è più un'eccezione. Ma, in assoluto, non farsi trovare pronto, non capire dove sarebbe finito quel pallone è grave quasi come non spedire il pallone stesso alle spalle del pur bravo portiere avversario. Il gol è un lampo senza tuono, il gol mancato è un lampo e basta. La differenza è minima e massima allo stesso tempo. Ecco perché il gol segnato e il gol mancato fanno parte della stessa famiglia. Dello stesso mondo, della stessa vita. Come il pianto e la gioia. Riassumendo: Abraham è una mezza sega per aver sbagliato due gol contro lo Zorya oppure è un attaccante che ha fatto bene il suo mestiere perché ne ha segnati due? Nel giudizio complessivo sulla prestazione dell'inglese pesano più gli errori o i gol? Conta più il demerito oppure il merito? Complicato pensare che la doppietta segnata abbia una rilevanza inferiore alla doppietta sbagliata, però. Occorre tener conto dell'una e dell'altra cosa, ovvio, ma senza cedere alla tentazione di rimarcare le cose brutte dimenticandosi di quelle belle. O di fare il contrario.
Qui non si vuole proporre l'Elogio dell'Errore, per carità. Si tenta semplicemente di non buttare in caciara due gol del centravanti della Roma. Che stanno lì, nella cronaca, quindi nella storia. Mentre gli errori non hanno corpo, se non nei ricordi. Perché andando avanti di questo passo si potrebbe addirittura arrivare al punto che «Abraham sì, ha fatto due gol, ma doveva farne quattro». E quello, date retta, sarebbe il punto di non ritorno.