Certe volte, per vedere le cose nella giusta prospettiva, bisogna capovolgerla, quella prospettiva. A testa in giù, magari. Come Tammy Abraham, che al 75' di Roma-Zorya ha messo il punto esclamativo sul successo giallorosso, firmando la sua prima doppietta nella Capitale. Un pallone vagante in area, dopo la deviazione della difesa ucraina su un tiro di Mkhitaryan, e l'attaccante inglese ha fatto la cosa più difficile, eppure la più istintiva, trovandosi spalle alla porta. Sotto la Curva Sud, all'ultimo pallone giocato prima di lasciare il posto a Borja Mayoral. Non male, come congedo dal match. Un modo per dimenticare i due errori sotto porta (uno per tempo), che avevano portato Abraham stesso - e tutti i tifosi - a mettersi le mani tra i capelli. Due chance clamorose fallite, sì, ma anche due gol, uno dei quali da leccarsi i baffi.

Più cattiveria

Del resto è stato lo stesso numero 9, dal ritiro della nazionale inglese durante l'ultima sosta, a svelare ciò che gli chiede Mourinho fin dal loro primo giorno insieme. «José mi sta insegnando - le parole di Abraham - ad essere più aggressivo, ad essere un mostro. Mi ha detto che ero troppo buono, ma per essere un attaccante completo devi mostrare più aggressività». Insomma, lavori in corso: manca un po' di freddezza, ma il materiale tecnico su cui lavorare è di primissima scelta. Tammy lavora per la squadra, si mette a disposizione dei compagni, corre e fa a sportellate: inevitabile che manchi un po' di lucidità quando si tratta di finalizzare. Ma parliamo di un calciatore che ha compiuto 24 anni da neanche due mesi, un classe 1997 che per la prima volta nella sua carriera ha lasciato il Paese in cui è nato e cresciuto per mettersi in gioco in un campionato storicamente ostico per chi viene da oltremanica.

Finora il suo bottino è di sette gol in diciannove partite: le reti avrebbero potuto essere di più, ma qualche errore fa parte del processo di crescita. In tal senso, il segnale più positivo è che Abraham stesso non si accontenta del suo rendimento: «Posso fare ancora meglio», ha detto al termine della partita di giovedì. Insomma, la crescita è un processo che richiede i suoi tempi, ma costante: la volontà del calciatore è quella di alzare sempre l'asticella. Un aspetto che non può non far piacere all'esigente Mourinho. Fisiologicamente, Abraham sarà al top della carriera tra quattro-cinque anni: inevitabile che, ancora giovane e alla prima annata in Italia, debba lavorare tanto. Lo fa, Tammy, e lo fa con il sorriso: lo stesso sorriso che lo ha fatto benvolere fin dal suo primo giorno a Roma. Sprona i compagni e scalda i tifosi, si lamenta (come ogni buon attaccante) se non gli viene passato il pallone, fa gruppo e si coccola anche i giovanissimi della rosa. Come Felix, o Missori: li esalta e si congratula con loro dopo l'esordio o dopo una bella prestazione, come accaduto dopo la doppietta del giovane ghanese a Marassi. Nonostante l'età, l'inglese è già un leader nello spogliatoio.

«Mio fratello»

Sostenuto da Perez e Zaniolo con lo Zorya, Abraham ha mostrato una grande intesa soprattutto con il numero 22, rispondendo sul campo alle fantasiose teorie secondo cui i due non si passassero la palla. Ebbene, Nicolò ha servito due assist al bacio a Tammy: il primo non è stato sfruttato, il secondo è valso il 2-0. Abbraccio e sorrisi tra i due. Al momento dell'uscita di Zaniolo, il centravanti ha invitato il pubblico ad applaudire con maggior enfasi il talento di Massa, contribuendo alla standing ovation dell'Olimpico. E, nel post-partita, Tammy ha condiviso su Instagram una story di Nicolò, accompagnata dal messaggio: «Mio fratello». Più chiaro di così... Ora nel mirino c'è il Toro: l'ex Chelsea sarà di nuovo titolare, con l'obiettivo di ripetere quanto di buono mostrato in Conference. Del resto, si sa, i gol sono come le ciliegie: uno tira l'altro.