Alla fine forse vanno rilette in chiave diversa le lucidissime dichiarazioni di Daniele De Rossi alla vigilia della sfida di Solna: «Qui parliamo di sudore e sangue, ma se bastassero questi elementi a calcio potrebbero giocare tutti. In queste sfide serviranno anche altre cose, penso a lucidità, organizzazione, tecnica e corsa». Sembrava un modo per dire che a Coverciano stavano pensando anche al resto, rilette oggi potrebbe sembrare come se fossero parole di Sos: attenzione, qui lavoriamo solo su questi concetti, ma il resto dov'è? Siamo alle interpretazioni, ormai, perché se guardassimo solo ai fatti bisognerebbe cominciare a preparare il lutto con cui listare gli anni della gestione Ventura e, consequenzialmente, preparare anche la successione per i vertici di un movimento federale che se la Svezia completasse il suo scherzetto verrebbe destabilizzato in quanto privato del suo principale asse portante: la scelta dell'uomo chiamato a rappresentare tutto quel movimento. Alla fine, forse, Ventura è il meno colpevole. Se si rivelerà inadeguato al compito, come ormai molti sembrano pensare, la responsabilità maggiore non sarebbe certamente sua ma di chi in quel posto lo ha voluto. E guardando proprio ai fatti e rileggendo ogni puntata di questa storia triste si configura davvero la cronaca di una sventura annunciata.

L'antefatto - Ventura approdò in Nazionale dopo il divorzio tra la Figc e Antonio Conte. Il motivo fu la scappatella col Chelsea, che offrì all'ex juventino la sua prestigiosa panchina qualche mese prima dell'Europeo. Ma ufficialmente, in quest'Italia pallonara di sportivi poco seri e sempre pronti a spiegare banali scelte di prosa con più poetiche motivazioni filosofiche, il parruccato allenatore parlò di tristezza irredimibile (15 marzo 2016): «Quando mi sveglio la mattina ho voglia di andare in campo. Qui mi pare sempre di essere chiuso in un garage». Tavecchio, che su quella panchina l'aveva voluto a dispetto di una inevitabile squalifica per penosi illeciti sportivi (su internet si trova integrale la condanna di secondo grado su carta intestata della Figc per la sporca storia di Siena, in libreria invece farebbe bene a chi vuol capire come andò quella storia la lettura del libro del giornalista di Sky Dario Nicolini "Lo strano caso del dottor Palazzi e di mister Conte"), si ritrovò senza allenatore. Come prima reazione, si consolò pensando ai soldi risparmiati. Sì, perché per pagare Conte (che due anni prima aveva accolto l'offerta federale parlando, e te pareva, di richiami della patria e di orgoglio in qualità di primo uomo del Sud ad allenare la nazionale) la Figc si dovette inventare un ingegnoso contributo extra da uno sponsor per sostenere uno stipendio immorale (4,1 milioni di euro all'anno) in barba a qualsiasi politica di morigeratezza federale. «La scelta del prossimo allenatore – chiosò il presidente col cadavere del ct Conte ancora caldo, al Consiglio Federale di metà marzo 2016 – sarà seria e commisurata ai tempi che stanno cambiando, ai risparmi necessari e quindi sarà di minor costo». La prosa,involuta, è testuale. Quanto minore, non lo disse. Ma, su richiesta dei giornalisti, scelse una delle sue consuete metafore di alto profilo: «Mica pizza e fichi, siamo sempre la Federcalcio italiana». Dunque, serviva un tecnico di minore spessore, che s'accontentasse della metà, forse di un terzo dello stipendio. I candidati? Ventura,molto appoggiato da consulenti ascoltatissimi, e poi Montella, Donadoni, De Biasi, Gasperini e persino Eusebio Di Francesco. Che a ripensarci oggi verrebbe da dire: meno male che andò così.

L'amicizia con Lippi -  I consulenti,dunque. In prima fila, Marcello Lippi, legato a Ventura da un'amicizia di lunghissima data (alla Sampdoria, quando Lippi era ancora giocatore, Ventura faceva il preparatore atletico delle giovanili) e mai messa in discussione neanche negli anni in cui Giampierone nostro allenava il Torino e perdeva regolarmente contro la Juventus (non di Lippi, chiaro) molto spesso anche con evidenti contributi arbitrali: di dieci derby, ne ha persi 9, quasi mai arrabbiandosi anche di fronte a torti impuniti e certificati. Il massimo della sua reazione,Ventura lo riservò a un tifoso juventino che l'aveva apostrofato malamente (fu al termine di Juventus-Torino 2-1 del 30 novembre 2014, quello con la fantastica cavalcata di Brunetto Peres e il gol vincente di Pirlo al 90°): l'immagine trasmessa in diretta tv con il segno del taglio alla gola che il tecnico stava promettendo al tifoso come un malavitoso qualsiasi è ancora negli occhi di tutti e gli costò una giornata di squalifica. Polemiche che non sono invece mai mancate soprattutto con la Roma, ma qui entreremmo in un campo in cui probabilmente inciderebbe anche il nostro pregiudizio da tifosi e allora soprassediamo, citando magari solo l'indimenticabile striscione di affetto riservato dai tifosi romanisti al tecnico: "Ventura Gian Piero, granata bianconero".

Repubblica taglia Lippi - Con Lippi invece solido rapporto e grande amicizia. Gli tornerà utile, come vedremo. Con Conte pure: il non ancora granata bianconero lo sostituì sulla panchina del Bari, anni prima, proseguendone il lavoro. Il famoso sistema di gioco 4-2-4, ad esempio, lo stesso Conte ha confessato di averlo "rubato" proprio a Ventura. Ecco perché da sempre Ventura è considerato un maestro di calcio. Così lo salutò anche il collega Crosetti di Repubblica nel giorno della sua ufficializzazione sulla panchina della Nazionale. Un bel tributo, da Torino per un torinista doc perfettamente integrato nella Torino che conta. Ma non fu l'unico: se il Corriere dello Sport restò neutro, la Gazzetta ospitò un editoriale di Andrea Masala per confermare che era stato scelto l'uomo giusto. E conta tanto quella Torino per la Federcalcio che nel progetto originario di Tavecchio un posto di primissimo riguardo sarebbe stato riservato proprio a quell'illustre consulente: Marcello Lippi, già campione del mondo 2006. Comprensibile la scelta. Probabilmente di Ventura non si fidavano neanche in Figc. E allora sarebbe bastato inventarsi un ruolo inesistente (direttore tecnico) per Lippi e avrebbero avuto i classici due piccioni con una fava: Lippi a decidere le strategie, Ventura in panchina e, in caso di disastro, il tutor sarebbe stato pronto a rilevare l'allievo incapace. Pensate solo a quale facile soluzione l'Italia avrebbe avuto adesso Tavecchio se Lippi fosse stato davvero assunto in quel ruolo. Peccato però che lo scoop di un valente collega sempre di Repubblica, Marco Mensurati, infranse il sogno di Tavecchio: nell'edizione del 6 giugno il quotidiano per primo parlò di una incompatibilità per conflitto d'interessi tra il ruolo del direttore designato e suo figlio Davide procuratore. Una norma federale, infatti, impedisce ai parenti di figure istituzionali della Federcalcio di svolgere l'attività di procuratore: in pratica, se Marcello avesse accettato quel ruolo, il figlio Davide non avrebbe più potuto fare il procuratore. Soluzione all'italiana: si cercò subito il modo per aggirare la norma. Tavecchio chiese infatti alla Corte Federale un parere vincolante per dirimere la questione, confidando magari anche nell'appoggio dell'opinione pubblica. Che non tardò ad arrivare: il Corriere della Sera, con la firma di Mario Sconcerti, parlò esplicitamente di "norma sbagliata", in quanto fondata sul sospetto che due persone con interessi convergenti debbano per forza comportarsi in maniera subdola. Se fosse così, non dovrebbero mai esistere norme per evitare conflitti d'interessi. Non a caso, lo stesso Lippi, per motivare a un certo punto il suo rifiuto della poltrona fu chiarissimo: «Alla Figc sono matti, prima introducono norme di questo tipo, poi chiamano me sapendo che mio figlio fa il procuratore e poi mi dicono di aspettare perché troveranno la soluzione. Ma è chiaro che ogni soluzione verrebbe giudicata male da chi sarebbe autorizzato a pensare che sia stata individuata solo per me». Che poi era quello che Tavecchio avrebbe voluto fare. Insomma, Ventura rimase solo e il solenne rifiuto di Lippi smascherò anche l'inconsistenza del progetto di ristrutturazione federale costruito intorno alla poltrona che proprio Lippi avrebbe dovuto occupare. Il ruolo di direttore tecnico rimase vacante, e Lippi si consolò con lo stipendio monstre da 20 milioni l'anno come commissario tecnico della scarsissima Nazionale Cinese.

Il veto di Renzi - Ma la politica entrò nelle questioni federali anche direttamente. Pochi giorni prima dell'affaire Lippi, quando ancora non c'era certezza sull'ingaggio di Ventura, Tavecchio ritenne opportuno informare Palazzo Chigi della scelta. Ne parlò con l'allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Luca Lotti. Era il 19 maggio. A caldo, le veline di palazzo parlarono di incontro dovuto a questioni legati ai diritti televisivi. Sei giorni dopo Il Fatto quotidiano svelò i reali retroscena dell'incontro: "Renzi rottama anche Ventura, vuole Montella". Su via Allegri calò il panico. Un presidente così fragile come Tavecchio (tenuto in piedi solo per volere del Coni e con il beneplacito del governo attraverso la supervisione del dg Uva) non avrebbe certo potuto fare a meno del massimo appoggio politico su una scelta tanto delicata. Questo almeno succede nelle repubbliche delle banane in cui anche le cariche sportive hanno bisogno degli appoggi istituzionali. In Italia, appunto, un personaggio come Tavecchio è costretto a poggiarsi su ogni stampella istituzionale per mantenere la sua poltrona anche se tutti sanno che il suo ruolo è poco più che rappresentativo, tanto poi a gestirne l'attività pensano altri. Per esempio il dg Uva. Per esempio quel Claudio Lotito che un po' esercita potere e molto lo millanta, ma che in quei giorni poteva permettersi anche pubblicamente di tenere per mano il presidente federale (oggi lo fa lo stesso, ma a telecamere lontane).

Ventura verso la Lazio - Sta di fatto che all'improvviso Ventura diventò di troppo. Tavecchio cominciò a valutare l'ipotesi Montella, ma che figura avrebbe fatto con lo stesso Ventura, che si era liberato dal Torino, come ricordò Cairo (28 maggio 2016), «solo per andare in Federcalcio»? Lotito ebbe allora un'idea delle sue: «Nessun problema, lo prendo io alla Lazio». Così mollò Prandelli, con cui aveva avviato una trattativa e avvisò Ventura di stare tranquillo: se il veto non fosse stato rimosso la soluzione di riserva sarebbe stata pronta, con tanti saluti ai progetti tecnici fatti fin lì. Le polemiche susseguite allo scoop del Fatto indussero però Renzi a rinunciare al suo endorsement e dopo qualche giorno di attesa, Ventura fu scongelato per la Nazionale. Finalmente avrebbe potuto allenare l'Italia. Prandelli, per inciso, non si è mai spiegato la freddezza di Lotito all'improvviso. Bielsa, contattato subito dopo, non ne volle sapere niente e dopo aver in pratica firmato l'accordo capì con quale personaggio avrebbe avuto a che fare e non si presentò neanche a Formello a cominciare il lavoro. Così partì l'era Inzaghi. Vagli a a dire che oggi deve ringraziare Ventura o la politica italiana o l'immonda politica federale, o Renzi, o Lippi, o chissà quale altro pulcinella. Ma Lotito appena può si vanta anche di questo: «Inzaghi è stata una mia scelta». Sì, come no. Sta di fatto che il 18 luglio 2016 il ct Gian Piero Ventura, fresco sposo con una donna di 28 anni più giovane, viene ufficialmente presentato alla stampa: «Qui comincia l'avVentura». Titolarono senza fantasia molti giornali. Oggi, che sta per finire, se la prendono con lui. Che coraggio.