Ieri erano dieci anni dall'assassinio di Gabriele Sandri. Roma lo ha ricordato come a lui sarebbe piaciuto: davanti alla Nord, con i ragazzi "ultras" come lui, e poi con un pensiero al cielo (una messa vicino casa sua). Non esiste zona di Roma più vicina al cielo, come se anche la geografia fisica avesse voluto avvicinare il più possibile quel luogo alle nuvole per guardarlo meglio. Alla Balduina sembra di assistere quotidianamente ad un'eterna domenica mattina: son signore vestite a festa, anziani che dominano la scena tagliando le vie del quartiere a bordo delle loro auto e giovani pronti a scendere verso l'ultimo Rione per trovare un po' di svago. C'è stato un tempo in cui il quartiere poteva offrire qualcosa, ma in fondo esso era nato per una ragione e tale è rimasta. Dopo giornate uggiose, quelle che hanno un colore tutto loro, anche il sole ha deciso di palesarsi e farsi ammirare dall'alto di questa terrazza dove si può osservare una Roma che sembra esser così calma e maestosa allo stesso tempo. Lo stesso sole di dieci anni fa. Eppure quella pioggia che non proviene dal cielo ma dai volti di uomini e di donne no, non è ancora riuscito ad asciugarla con i suoi raggi. Il "borghetto dei sorci" descritto dal maestro Ettore Scola attraverso le parole di Saturnino Manfredi, per tutti semplicemente Nino. Saturno come quel pianeta che di notte lo si può intravedere ed ha l'aspetto di un piccolo luminoso puntino giallastro. Una luce che non si può spegnere, come un ricordo lontano capace di scaldare ancora i cuori.

Non è più la Balduina delle fornaci su Monte Ciocci e i mattoni prodotti da destinare alla vicina San Pietro, né tantomeno quella delle sezioni e gli scontri tra missini e compagni, né ancora la Valle dell'Inferno dove i Lanzichenecchi scatenarono la loro furia sulle truppe pontificie. C'è un parco ai piedi della scuola Giacomo Leopardi ed è intitolato ad un suo vecchio studente: un ragazzo come tanti prima e dopo di lui, cresciuto tra la calma apparente del quartiere e attraverso Viale delle Medaglie d'oro fino alle porte di Prati per completare il processo verso la maturità. Il liceo al Cornelio Tacito di Via Giordano Bruno, con le parole invertite spontaneamente dai suoi occhi di aquilotto,e la passione per la musica esplosa a tredici anni. Gabriele sul documento d'identità, per tutti Gabri, con le cuffie appoggiate sul collo prima Gabri Gabber e poi semplicemente Gabbo. Un dj partito dal quartiere dove le uniche note son quelle delle campane del dì di festa. I primi dischi nei sabato pomeriggio di Alien e Gilda, prima di diventar grande. E poi il Piper, l'estate a Porto Rotondo, il Capodanno a Cortina come i personaggi di quei film che tanto lo facevano sorridere. E ancora le serate in quella Porto Ercole che tanto piace alla Roma che punta lo sguardo verso Nord e la folla di gente nel locale che fu ai piedi dello Stadio Olimpico. «Chi fermerà la musica» cantavano i Pooh il 23 settembre del 1981.

Il giorno che saluta l'amico autunno e vede il Sole entrare nel segno della Bilancia. Era nato in una giornata di musica e di pallone Gabriele, in una sera in cui la voce di Nando Martellini dallo Stadio Dall'Ara di Bologna aveva descritto con maestria agli spettatori del primo canale le gesta degli Azzurri alle prese con l'amichevole contro la Bulgaria. Nato in un anno difficile per le sorti biancocelesti, ma tifare non è una scelta ponderata e mai lo sarà. Undici giorni di vita per assistere senza saperlo alla prima esultanza, al gol che aprì le marcature di un Lazio-Foggia della serie cadetta siglato da Vincenzo D'Amico. Undici come gli uomini che fin da giovanissimo l'avevano fatto sognare con sguardo d'incanto. L'Olimpico a portata di mano, proprio alle spalle della collina sormontata dalla scuola elementare. C'è un palazzo in Via Romeo Rodriguez Pereira di un bianco sporcato dal tempo con serrande, finestre ed infissi tinti di celeste. E un luogo poco più in là dove si sono radunati a distanza di dieci anni ragazzi di Roma e Milano, Bari e Salerno, Trieste e Bergamo e Genova. La voce di Don Paolo Tammi a celebrar messa nella chiesa di San Pio X dove non c'era rivalità calcistica, ma corone di fiori e tifoserie avversarie unite nel ricordo che a differenza del bianco di quel palazzo non può essere intaccato dallo scorrere inesorabile del tempo. Quel tempo che nel quartiere dell'eterna domenica sembra essersi fermato ad una domenica diversa, ad un giorno in cui la brutalità del calcio si manifestò nel suo voler andare avanti a tutti i costi senza fermarsi a meditare su quanto accaduto.