Perché si diventa una bandiera? Perché, mi correggo, si diventa una bandiera dei tifosi della Roma che è cosa profondamente diversa? Se è vero infatti che «esistono i tifosi di calcio e poi esistono i tifosi della Roma» dovremmo allora pensare che esistono le bandiere del calcio e poi esistono le bandiere della Roma. Perché questi figli di Roma, questi capitani e queste bandiere sono diventati il nostro vanto che loro non potranno mai avere? La risposta non è nei trofei, non è nei numeri, non è nelle statistiche. Questi sedici eroi hanno avuto lo straordinario merito di essere semplicemente romanisti. Romanisti e basta. Non è una cosa complicata essere romanisti. È la cosa più semplice che esista. «De che squadra sei?». «Della Magica». «E perché?». «Perché sì!». Nessun tifoso della Roma cerca motivazioni. Non ci è mai servito e mai ci servirà. Siamo della Roma per vocazione. Per appartenenza. Siamo della Roma e basta.

Ogni volta che passavamo con la macchina davanti a Via del Circo Massimo 1, mio padre mi diceva «Saluta la Roma!». E io alzavo la manina da dietro il finestrino e mi batteva il cuore e neanche lo sapevo se la Roma era una squadra forte o meno. E poi un giorno ho provato a chiedere se quegli altri là erano forti più di noi. Era il 1974. Lui non rispose. Mi prese e mi portò all'Olimpico. Assistetti a una partita noiosissima ma tornai a casa inebriata e felice. Morì improvvisamente l'anno dopo. E mio cugino, di soli 17 anni, si comportò da romanista. Sottoscrisse l'abbonamento per me, che ne avevo 12, e per mio fratello di soli 6 e ogni domenica, da solo, ci portava al lo stadio con l'autobus. E oggi è ancora lì quel mio cugino, qualche fila sopra di me. Sono cresciuta così, con questo senso di devozione. Ho vissuto la Roma come fossi un soldato e ho fatto dell'obbedienza alla bandiera una ragione di vita. E come un soldato non mi sono mai fatta domande, mai avuto dubbi. Nel senso di obbedienza e devozione non c'è mai stato sforzo, fatica, senso del dovere. Niente di tutto ciò. Solo gioia. Per noi che eravamo ragazzi negli anni Ottanta, la Roma è stata solo un lunghissimo "Ti Amo". E quando si ama, come amano i romanisti, la sconfitta ha il sapore dell'orgoglio. Il dolore, quello vero, si scioglie come neve al sole.

E se ti capita a 20 anni di sopravvivere a quei 55 secondi che il 30 maggio 1984 decisero del nostro futuro, allora sì, nulla ti può più spaventare nulla ti può più ferire. Perché quel giorno ha forgiato le nostre anime e i nostri cuori. Un giorno da romanisti. È un ricordo meraviglioso che porto con me. Una notte infinita. Il dolore che genera amore. Quella partita è la bandiera della nostra generazione. Quella partita è Agostino. Quella partita è Rocca sul muretto. Quella partita sono le bandiere del passato e quelle che sarebbero arrivate in seguito. Perché se nel 2017 noi abbiamo ancora "il vanto" di sventolare bandiere che indossano la maglia della Roma è perché nella nostra storia c'è ancora quella partita. Una partita da vincere, da romanisti. E non ce ne sono altre. Nessun'altra maglia da indossare, nessun trofeo da cercare altrove. C'è solo da vivere con la Roma in fondo al cuore.